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De Felice ci insegnò a studiare il Regime. Ora per politici e scrittori è diventato un jolly
Il trentennale della morte di Renzo De Felice (1929-1996) dovrebbe essere un test d'intelligenza nazionale, così da capire se l'Italia abbia imparato qualcosa o se sia ricaduta nel vizio che lui combatté per tutta la vita: la riduzione del fascismo a insulto passepartout. De Felice non disse che il fascismo aveva fatto cose buone o cattive, disse che andavano capite, e cercò di sottrarlo al formulario morale, alla rendita verbale: lo riconsegnò alla Storia, ai documenti, alle differenze, alle fasi, alle responsabilità vere. De Felice costruì una biografia monumentale di Benito Mussolini e impose distinzioni che oggi sembrano ovvie, ma ai tempi non lo erano: tra fascismo-movimento e fascismo-regime, tra consenso e coercizione, tra fascismo e nazismo. Soprattutto, impose un metodo quasi banale: prima capire, poi giudicare. L'ha spiegato molto bene anche Paolo Mieli in uno dei suoi libri copia/incolla.






