VENEZIA - Non solo la Russia e Israele, ma anche gli Stati Uniti. Si allunga l’elenco dei Paesi che finiscono nel mirino delle proteste per la loro presenza all’Esposizione Internazionale d’Arte: 73 artisti hanno diffuso una lettera aperta «urgente» per chiedere alla Biennale di Venezia di escludere quelli che considerano «regimi attualmente responsabili di crimini di guerra». Tra i firmatari spiccano Rasha Salti, Gabe Beckhurst Feijoo e Rory Tsapayi, cioè tre dei cinque curatori incaricati dalla compianta Koyo Kouoh di realizzare la mostra principale “In minor keys”.

Il documento è stato sottoscritto anche da Alfredo Jaar, Tabita Rezaire, Pio Abad, Zoe Leonard e Galas Porras-Kim, più altri artisti tra cui alcuni anonimi per il timore di ritorsioni. L’appello estende la precedente richiesta avanzata dal collettivo Anga-Art not genocide alliance, che aveva polemizzato per la partecipazione di Gerusalemme, nonché l’originaria istanza formulata da decine di rappresentanti europei fra ministri nazionali, parlamentari comunitari e commissari Ue, che avevano criticato l’ammissione di Mosca.

La nuova mobilitazione aggiunge anche Washington, prendendo le mosse da quanto era accaduto due anni fa, quando la Russia si era ritirata dalla rassegna pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022. Il successivo 4 marzo la Biennale aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava di «rifiutare qualsiasi forma di collaborazione con coloro» che avevano «compiuto o sostenuto» un atto di aggressione come la guerra», con la conseguenza di non accettare «la presenza in nessuno dei suoi eventi di delegazioni ufficiali, istituzioni o persone legate a qualsiasi titolo al governo russo». Rimarcano ora i sottoscrittori della lettera: «Riteniamo che questi princìpi siano validi ancora oggi e che si applichino a Israele, alla Russia e agli Stati Uniti».