In tempi normali, nel mondo ci sono molte dimensioni che si intrecciano ai massimi livelli: la politica con la sua rete di accordi e disaccordi, interni e internazionali, l’economia con scambi incoraggiati oppure ostacolati, la società nella quale si confrontano le generazioni, i ricchi e i meno ricchi. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Il discorso alla nazione, pronunciato ieri dal presidente degli Stati, ha ridotto questo vasto campo d’azione, queste dimensioni a un solo elemento: la guerra, che potremmo denominare “Fattore G”. Una guerra vera con l’Iran, fatta di missili, droni, cannonate e, come ci è stato “promesso” dopo anni di faticose trattative internazionali sull’arricchimento dell’uranio, dopo le guerre minacciate per portar via la Groenlandia alla Danimarca, per annettersi il Canada. E dopo aver fatto rapire – e imprigionare negli Stati Uniti – il presidente (probabilmente illegale) del Venezuela senza che da questo “successo” sia derivato un vero e proprio rinnovamento di quel Paese: al suo timone si trova ora Delcy Rodriguez, già ministra del governo Maduro. Al centro dell’attuale guerra che tutto avvolge c’è lo stretto di Hormutz, diventato il simbolo molto concreto di una stretta alla crescita mondiale. Occorre però ricordare che alle guerre esterne si aggiungono quelle interne, contro gli immigrati illegali, perseguitati da un corpo di polizia appositamente rinforzato che le note tensioni che questo ha provocato e sta ancora provocando in numerose parti degli Stati Uniti. Per non parlare delle guerre economiche, condotte dalla presidenza Trump in pratica contro tutti i Paesi del mondo: alle loro esportazioni verso gli Stati Uniti Trump ha applicato dazi all’entrata nel territorio americano variandoli in maniera «capricciosa» e molto frequentemente. Precisamente da questi dazi è derivato un considerevole freno sia all’economia mondiale sia alle reti della distribuzione commerciale degli stessi Stati Uniti. Il marchio “guerra” è rimasto in questo modo il solo elemento dominante, in un mondo che era abituato a considerarla come ultimissima possibilità da evitare con cura finché possibile.I risultati non si sono fatti attendere: nell’ultimo trimestre del 2025, il Pil degli Stati Uniti è cresciuto al tasso annualizzato dell'1,4% dopo una crescita del 4,4% nel trimestre precedente e ben al di sotto delle previsioni del 3%. Una scivolata precipitosa, insomma, senza alcuna garanzia di un atterraggio “dolce”. Le previsioni per l’anno in corso sono ancora incerte e negative e, proprio grazie al marchio “guerra”, con l’aumento del prezzi degli idrocarburi che ne è derivato, ne è fortemente coinvolta l’Unione europea. L’Italia torna in prossimità di un tasso zero di crescita e non stupisce che non si trovino le risorse necessarie per dare qualche “contentino” agli elettori, una mossa tipica dei periodi elettorali come quello che cominciamo a vivere.