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In ballo non c'è solo un simbolo, ma soprattutto obiettivi economici: risorse minerarie, dalle terre rare all'elio-3
"Agli occhi del mondo, primi nello spazio significa primi e basta. Secondi nello spazio significa secondi in tutto". Il presidente Lyndon Johnson lo diceva 60 anni fa. Quelle parole valgono oggi anche per Donald Trump. A quel tempo a competere nella grande corsa per la Luna c'erano i sovietici. Oggi i grandi avversari sono i cinesi. Ma non solo. Allora la Luna era un traguardo quasi simbolico. Oggi è il trampolino su cui Pechino e Washington si giocano molto di più della semplice egemonia globale.
Il conto alla rovescia che stanotte accompagnerà il lancio di Artemis 2 e della prima missione di quattro astronauti nell'orbita lunare dopo 54 anni non è semplice ritorno al passato. È anche il primo grande balzo verso Marte e lo spazio profondo. I tempi e gli obbiettivi della grande gara spaziale sono già sul cartellone. I "taikonauts" - gli astronauti del Dragone - si ripromettono di sbarcare sulla Luna nel 2030 e iniziare la costruzione di una base permanente al Polo Sud del nostro satellite. Donald Trump ha già promesso che l'America ci arriverà prima. Un suo ordine esecutivo, firmato a dicembre dell'anno scorso, impegna gli Stati Uniti a stanziare 20 miliardi di dollari per rimettere piede sul satellite entro il 2028 e realizzare il primo avamposto lunare nel biennio successivo. Ma più importante degli impegni sono le finalità.






