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Una legge del 2023 può fermare il presidente, ma la Costituzione non chiarisce chi possa decidere il ritiro dal Patto Atlantico. Ecco cosa può fare il tycoon e perché si rischia uno scontro istituzionale
Il tema di queste ore parte da un’intervista di Donald Trump al Telegraph. Nella chiacchierata, il presidente ha ammesso che sta prendendo in considerazione l’ipotesi di lasciare la Nato, definita una “tigre di carta”. Il tema, al di là della questione se l’Alleanza Atlantica abbia o meno “tradito” gli Stati Uniti, è se il presidente americano possa o meno uscire dal trattato. La domanda è molto complessa e non si può rispondere con un semplice “sì” o “no”.
Per prima cosa, la gestione dei trattati internazionali è una materia complessa e si discute molto se sia prerogativa esclusiva del potere esecutivo, quindi del presidente, o se sia condivisa con il potere legislativo, cioè il Congresso. Partiamo dalle certezze: come gli Usa entrano nei trattati internazionali. Secondo la Costituzione, all’articolo II, sezione 2, il presidente ha il potere, con il parere e il consenso del Senato, di stipulare trattati, purché vi concorrano i due terzi dei senatori presenti. In altre parole, entrare nei trattati richiede un lavoro combinato tra i due rami del potere americano. Una volta ratificati, i trattati diventano a tutti gli effetti parte del diritto federale. Nel caso dell’ingresso nella Nato, la procedura è stata questa: il Senato ha approvato la risoluzione di ratifica il 21 luglio 1949 — per la cronaca non all’unanimità: 82 voti a favore e 13 contrari, tra cui 11 repubblicani — e poi il presidente Truman ha firmato lo strumento di ratifica il 25 luglio 1949.








