Dire una cosa per simularne un’altra; falsificare virtù, sentimenti o opinioni che non si possiedono realmente. Perché? Quasi sempre per ottenere vantaggi personali o semplicemente per piacere agli altri. Questo atteggiamento si chiama ipocrisia, ed è finito sotto esame nello studio firmato da ricercatori della University of Science and Technology of China e della University of Wisconsin–Madison (Stati Uniti), lavoro pubblicato su Cell Reports di Cell Press. La ricerca è andata a pescare una specifica regione del nostro cervello che, stando a quanto ritengono gli autori, potrebbe controllare appunto l'ipocrisia. Una scoperta di tutto rispetto se si considera che questa caratteristica dell’essere umano ha sì alla base meccanismi biologici, ma è anche un'abilità su cui poter lavorare.
Una scoperta che stupisce gli esperti. Come il professor Claudio Mencacci, psichiatra e presidente del Comitato tecnico scientifico di Fondazione Onda Ets. Che si chiede scherzando: “Che fine faranno i falsi e cortesi?”. Aggiungendo: “Se finisce anche l’ipocrisia cosa ci rimane?”.
A cosa serve l’ipocrisia
In realtà, se andiamo a scavare a fondo nel termine ’ipocrisia’ ci troviamo tutt’altro che un’accezione negativa. “Il significato di questa parola è ’recitare’ - spiega Mencacci –. Fa riferimento a chi recita una parte, quindi ad un valore dell’attore, colui che appunto interpreta. Tuttavia nel tempo ha assunto un significato non bello: è diventato sinonimo di falsità, simulazione, doppiezza, inganno. Gli abbiamo attribuito l’esatto significato opposto di altre virtù. Una condizione che si è evoluta con il passare degli anni”.






