Per salvare la torre della Garisenda di Bologna faranno una cosa semplicissima da dire, ma complicatissima da realizzare: la raddrizzeranno tirandola. Non è una metafora: la torre verrà letteralmente messa in tiro con cavi d’acciaio, usando strutture progettate per un solo altro caso al mondo, quello della torre di Pisa.Le macchine di Pisa, spiegate in modo sempliceIl cuore dell’intervento sono le cosiddette macchine di Pisa: grandi tralicci metallici alti circa 12 metri, simili a enormi cavalletti con in cima una carrucola da cui passa un cavo d’acciaio che da un lato avvolge la torre e dall’altro è collegato a un sistema di contrappesi. Il risultato è un equilibrio forzato attraverso cui la torre viene tenuta in tensione, impedendole di inclinarsi ulteriormente mentre si lavora sulle fondamenta. Questa tecnica è stata usata una sola volta, negli anni Novanta, proprio per salvare la torre di Pisa. Ma a Bologna le cose sono un po’ più complicate.Perché la Garisenda è un caso molto più difficileLa torre di Pisa è rotonda e fatta di grandi blocchi di marmo, mentre la Garisenda è quadrata e costruita in mattoni. Sembra un dettaglio, ma cambia tutto. “Tirare una cosa tonda è evidentemente più facile che tirare una cosa con degli spigoli”, ci ha spiegato Raffaella Bruni, ingegnera responsabile del progetto. “C’è un problema di concentrazione delle sollecitazioni negli angoli”.Non solo: la muratura è composta da migliaia di piccoli elementi legati da malta e questo significa che il rischio non è solo globale, ma anche locale. “Dobbiamo evitare che si generino fenomeni locali che possano destabilizzare la torre”, dice Bruni. “Per questo rifacciamo tutte le stuccature dei giunti fino all’altezza di tiro, inserendo anche piccoli cavi per rinforzarli”. In pratica: prima ancora di tirarla, bisogna prepararla a essere tirata.Un lavoro di precisione millimetricaLe macchine di Pisa originali funzionavano in modo relativamente semplice: si applicava un grande peso e si generava trazione. Ma per la Garisenda non basta più. “A Pisa il sistema era molto grossolano”, racconta Bruni. “Applicava grandi carichi in modo poco controllato”. Per la Garisenda invece serve una precisione estrema e per questo sono stati introdotti i martinetti: dispositivi che funzionano come un cric, ma su scala gigantesca. “Possiamo applicare il carico che vogliamo, ma con una gradualità molto lenta”, spiega. “Ogni piccolo movimento ci permette di verificare come reagisce la torre”. E qui sta il punto: non esiste un valore “giusto” di trazione deciso a priori. “Non sappiamo qual è la gradualità necessaria: ce lo dice la torre”.Un cantiere strettissimo (e un problema di geometria)A Pisa le macchine erano a circa 100 metri di distanza, con un tiro quasi orizzontale. A Bologna lo spazio è ridotto e i tralicci saranno a circa 10 metri dalla torre. Per compensare, verranno rialzati: “Dobbiamo tirare esclusivamente in orizzontale”, spiega Bruni. “Un tiro inclinato peggiorerebbe le sollecitazioni al piede, che è la parte più fragile”. Il basamento, che si sta lentamente schiacciando, è infatti il vero problema.Parallelamente al sistema di trazione, verrà consolidato il terreno con iniezioni di malta nel sottosuolo, per riempire i vuoti e ricostruire la capacità portante. “Siamo certissimi che all’interno ci siano dei vuoti”, dice Bruni. “Il materiale si è disgregato nel tempo”. L’obiettivo, chiaramente, non è raddrizzare la torre, ma fermarla. Oggi la Garisenda pende di circa 4 gradi, più della torre di Pisa. E continuerà a pendere, ma se tutto funzionerà a dovere, smetterà di muoversi.Un’operazione guidata dai datiOgni fase del lavoro sarà monitorata in tempo reale. La torre è già oggi piena di sensori che registrano ogni minimo movimento: giornaliero, stagionale, legato al vento o alla temperatura. “La torre si muove anche per effetto del sole”, spiega Bruni. “Si dilata e si contrae”. Per questo è stato sviluppato un modello predittivo che tiene conto anche del meteo. “Abbiamo costruito modelli matematici che riproducono il comportamento reale della torre”, dice. “E li abbiamo verificati confrontandoli con i dati misurati”. Questo permette una cosa fondamentale: isolare l’effetto della trazione da tutti gli altri fattori. “Sappiamo distinguere cosa è dovuto al tiro e cosa no. Ed è questo che ci permette di intervenire in sicurezza”.Il momento più delicato non esiste. O meglio: ogni momento è delicato, ma controllato. “Lavoreremo sempre entro i limiti compatibili con i modelli matematici”, spiega Bruni. “E molto lentamente, proprio per verificare che tutto funzioni come previsto”. Non ci sarà un punto di non ritorno. Ma una serie di micro-aggiustamenti continui.Perché salvare una torre che continua a pendere?È la domanda più semplice e più difficile: perché investire circa 20 milioni di euro per salvare una torre che non tornerà mai dritta? Bruni risponde senza esitazioni: “È una responsabilità sociale. Non ci si può assumere così banalmente la responsabilità di distruggere un bene di questo tipo”. Le alternative sono state valutate: demolizione, ricostruzione o riduzione dell’altezza, ma tutte sono state scartate. “Demolire e ricostruire significherebbe creare un falso. E non è la stessa cosa”.La Garisenda è lì dal Dodicesimo secolo. È citata anche da Dante ed è parte della città, della sua memoria e della sua identità. E il punto, alla fine, è tutto qui: non si tratta solo di salvare una torre, ma di decidere cosa vale la pena conservare, anche quando è imperfetto o inclinato. E soprattutto quando tenerlo in piedi è molto più difficile che lasciarlo cadere.
Una delle due torri di Bologna, la Garisenda, verrà salvata tirandola con cavi d'acciaio
Per evitare il crollo della torre della Garisenda verrà usata una tecnica tra le più innovative al mondo: metterla in trazione con cavi d’acciaio, come già fatto per quella di Pisa. Ma questa volta è molto più complicato, come ha raccontato l'ingegnera Raffaela Bruni







