"L'estensione del phase out del carbone dal 2025 al 2038 approvata oggi in Parlamento è una mossa simbolicamente dannosa, ma di scarso impatto pratico, almeno per ora.
Il Governo lo giustifica come un modo per mantenere disponibile la limitata capacità a carbone in caso di interruzioni delle forniture di gas o di prezzi insostenibili, come accaduto durante la crisi energetica del 2022, e non come un tentativo di reintrodurre il carbone nel mix energetico italiano.
Tuttavia, secondo la nostra interpretazione, questa mossa rappresenta una reazione o una provocazione politica nei confronti di Bruxelles, legata al tentativo dell'Italia di sospendere il sistema europeo di scambio delle emissioni (Eu Ets), che finora non ha trovato accoglimento da parte della Commissione e della maggioranza degli Stati membri". Lo scrive il co-fondatore e direttore esecutivo del think tank sul clima Ecco, Luca Bergamaschi.
"La posizione dell'Italia non rappresenta una risposta credibile alle attuali sfide legate ai prezzi dell'energia o alla sicurezza degli approvvigionamenti - ha proseguito Bergamaschi -. Diverse ragioni strutturali rendono improbabile un ritorno significativo al carbone. Gli attuali impianti italiani sono vecchi e in gran parte non operativi. Non ci sono stati investimenti recenti. Le centrali sono inattive da anni.









