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Ieri una leggenda come Dino Zoff ha ricordato che possiamo farcela perché siamo più forti: è vero, ma potrebbe non bastare

Bosnia Erzegovina-Italia è l’ultimo snodo che decide sulla nostra partecipazione ai Mondiali che si disputeranno questa estate negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Dopo aver superato - non senza affanno - la non certo irresistibile Irlanda del Nord, gli Azzurri di Gattuso dovranno vedersela stasera a Zenica contro Dzeko e compagni per strappare un pass che manca dal 2014, quando comunque - infelici e confusi nelle lande brasiliane - non rimediammo una gran figura. Ieri un mostro sacro come Dino Zoff ha detto: “Sono fiducioso, anche in trasferta il nostro calcio resta superiore rispetto a quello della Bosnia”. Pensiero condiviso da moltissimi e, in fondo, più che giusto: i valori tecnici spalmati sulla carta raccontano una superiorità evidente. I bosniaci saranno pure tecnici per intrinseca filosofia calcistica, e pure ruvidi all’occorrenza, oltreché scaltri, marpioni, come ha detto Rino. Però il confronto tra le due formazioni è disequilibrato e - lo sostengono i malpensanti - ha generato quelle esultanze poi chiarite e che, magari, potevano evitare di essere riprese. Eppure, potevamo dire esattamente la stessa cosa contro la Macedonia del Nord nel 2022 e, probabilmente, anche quando la Svezia venne a sbatterci fuori a domicilio nel 2018. Ecco allora tre motivi - rituale scaramantico al contrario - per i quali non possiamo affatto dormire sogni tranquilli.