L’accorgimento di alleggerire il peso di una merce senza modificarne il prezzo è antico come il commercio, ma soltanto di recente questa pratica è stata oggetto di studio e di analisi da parte degli economisti.
Il termine italiano che la identifica correttamente è “sgrammatura”, ma i media, inclusa la televisione, preferiscono l’inglese “shrinkflation” un vocabolo che deriva dall’unione di due termini: shrink, nel senso di restringere o ridurre, e inflation, inflazione. Non è un caso se le sgrammature si verifichino soprattutto in periodi in cui i prezzi crescono.
La letteratura scientifica fa risalire il termine shrinkflation a una economista americana, Pippa Malmgren, molto nota a livello internazionale, specializzata nel nesso tra geopolitica, tecnologia e mercati finanziari, che parlò di shrinkflation nel libro “Signals: The breakdown of the social contract and the rise of geopolitics”, pubblicato per la prima volta nel 2015. In Italia, tuttavia, si parlava di “sgrammatura” già alla fine degli anni Ottanta.
Per avere un’idea della portata di questo fenomeno nel nostro Paese c’è un solo dato, elaborato dall’Istat nel quinquennio 2012-2017, che ha documentato ben 7.306 casi di sgrammatura. Di questi casi, ben 4.983 hanno visto non solo una riduzione della quantità, ma anche un contestuale aumento del prezzo di vendita, con un doppio svantaggio per il consumatore. Purtroppo lo studio, pubblicato in inglese, è circolato soltanto in ambienti accademici.






