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Il grande giurista e presidente del Consiglio nel 1947 delineò i rischi che viviamo oggi. In una prolusione universitaria è concentrata la storia del diritto internazionale e la sua crisi. Che oggi ci pone di fronte ad un bivio pericoloso
Quando la cenere e la polvere della Seconda guerra mondiale si posarono su un'Europa in buona parte in rovina e su un mondo dagli assetti politici devastati, i giuristi, tra gli altri, si posero il dubbio di come tutto questo fosse potuto accadere. Ma anche di come si sarebbe in futuro potuto evitare.
La riflessione storico-giuridica sul diritto internazionale dovette porsi seriamente il tema: esiste una guerra giusta? Già Erasmo da Rotterdam aveva sollevato lo scettico interrogativo: «Cui non videtur causa sua justa?». Ma la questione era arrivata oltre una soglia filosofica di difficile ritorno. Il diritto è sempre animato dal problema del terzo: il soggetto che dirime la controversia e distingue la ragione dal torto. Questo terzo pronuncia il giudizio, e dovrebbe ricondurre le pretese degli Stati dentro la procedura. Nel Medioevo esistevano delle autorità riconosciute, come l'Impero e il Papato, che spesso erano il terzo, anche solo teorico magari, che poteva determinare la guerra giusta. Ma quel mondo è crollato quando ogni Stato è diventato assolutamente autonomo, superiorem non recognoscens. Crollata la possibilità di decretare la guerra giusta, perso il terzo, il diritto ha cercato di ripiegare sul concetto di guerra illecita.






