CASTELGUGLIELMO (ROVIGO) - Le scarpine ancora lì per terra. Rosse e blu, con l’Uomo ragno stampato sopra. Poco più in là, il passeggino: vuoto, fermo sulla stradina che corre tra il canale e il bacino di laminazione. È da questi dettagli che ha preso forma la tragedia che si è consumata ieri intorno alle 14 a Castelguglielmo, in Alto Polesine: dentro l’acqua torbida del laghetto, chiuso da una recinzione e lontano da tutto, i corpi senza vita di una donna e il suo bambino, uno accanto all’altra. A vederli per primo è stato un passante che si era fermato attratto proprio da quel passeggino fuori posto. Si è avvicinato, ha guardato oltre la rete: l’orrore davanti ai suoi occhi. Col cuore a mille ha chiamato il 112, ma purtroppo per quel piccolo e la sua mamma non c’era più nulla da fare.

In pochi minuti sono arrivati i vigili del fuoco, i sommozzatori, i carabinieri, l’ambulanza, anche l’elisoccorso del Suem. Ma era già troppo tardi. Un’ora dopo, attorno alle 15, i sommozzatori hanno riportato a riva prima il piccolo, poi la madre. I corpi vengono adagiati sull’erba, a pochi metri da quella recinzione che separa la stradina dall’acqua.

Le indagini sono ancora in corso, ma il quadro che emerge è chiaro fin da subito. Non è stata una caduta, una fatalità: il passeggino è sull’argine, asciutto e, poi, per arrivare al bacino, bisogna scavalcare la rete. Un gesto che non può essere accidentale. La pista prediletta fin dal primo momento è stata quella dell’omicidio-suicidio.