Dai social non scappa nessuno. «C’entriamo tutti, dai cinque anni ai 99», dice infatti lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, «fanno parte della nostra vita, del nostro modo d’esistere. Conosco monaci che li hanno. Dopodiché un utilizzo consapevole è un altro paio di maniche».
Dottor Crepet, facciamo un passo in avanti. Il caso di Trescore apre un altro scenario, quello della violenza che viaggia in rete...
«Alt, mi perdoni. Quel fatto è accaduto già tante altre volte. Se la ricorda, per esempio, l’insegnante di Rovigo che, qualche anno fa, era stata impallinata in classe? Anche lì c’erano i social, anche lì c’era una scuola, anche lì c’era un filmato. Gli ingredienti sono gli stessi. Guardi, a costo di passar per controcorrente, io il nesso diretto causa-effetto non lo vedo».
In che senso?
«Se i social fossero causa univoca di questa violenza saremmo tutti asserragliati in casa e non usciremmo più. Non è così, per fortuna. Detto questo, che qualcosa stia andando storto mi pare altrettanto evidente».







