Più cupe delle opinioni che ieri si leggevano sui legacy media anglosassoni (i giornali ereditari e liberal, per intenderci, quelli la cui autorevolezza è un retaggio di antiche glorie) c’erano solo le scommesse su Polymarket, l’El Dorado virtuale dei ludopatici dove si punta sui fatti del mondo. Così, mentre commenti e editoriali erano variazioni sul tema «le posizioni di Stati Uniti e Iran sono troppo divergenti per poter raggiungere un accordo» – come se le trattative, abitualmente, partissero da posizioni conciliabili – gli scommettitori davano al 24% le chance di un accordo sul nucleare entro la fine di aprile. Giorni di gloria, e che altro sennò, sono invece stati prospettati dall’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff che ha parlato di «forti segnali» per una possibile intesa con l’Iran. Prima che Stati Uniti e Israele avviassero le operazioni militari contro il regime, ha detto, Teheran «voleva guadagnare tempo nei negoziati sul nucleare in attesa dell’arrivo di un presidente più debole».

Più prudente è stato invece Donald Trump. Le bombe continueranno a piovere sugli obiettivi del regime perché, ha detto il presidente, «non so se saremo in grado di fare un accordo né se lo vorranno fare». Un passo c’è stato perché all’inizio della settimana il regime ha permesso a dieci petroliere di attraversare lo stretto di Hormuz come «regalo» per dimostrare la serietà nelle trattative, ma «gli iraniani sono molto furbi», sono «combattenti mediocri ma grandi negoziatori». Conclusione: visto che i colloqui procedono bene l’ultimatum all’Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz è stato spostato a lunedì. Qualunque altra decisione Trump la prenderà all’ultimo: ieri ha lasciato intendere di avere ancora un sacco di tempo, perché è «il tempo di Trump. Sapete che cos’è? È un’eternità».