Alle primarie Silvia Salis ha sempre detto no. Da qualche mese, perlomeno. Cioè da quando, poco dopo la sua elezione a sindaco di Genova, l'ex azzurra del lancio del martello è diventata uno dei nomi caldi come ipotetica candidata del campo largo per Palazzo Chigi. Una suggestione molto chiacchierata a Roma, visto che la Salis ha esperienza-zero come amministratrice politica e anche la sua attività nei partiti è assai limitata. Ma cosa succederebbe se la chiamata fosse diretta, e non per mezzo del voto popolare?

Ogni occasione è buona. A maggior ragione oggi, dopo il successo del fronte del No al Referendum sulla giustizia che ha ringalluzzito le opposizioni e lanciato la volata per le politiche del 2027.

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"Quei 14 milioni e mezzo che hanno votato No, non chiedono come scegliamo il leader, ma una proposta su lavoro, sanità, sicurezza, pressione fiscale", sottolinea la sindaca in una intervista a La Stampa. Il tema sul tavolo è già chiaro: quei 14 milioni e mezzo di No sono del centrosinistra? "C'è sicuramente anche una parte di centrodestra che non ha condiviso i toni della campagna elettorale, ma la maggior parte sono voti progressisti" aggiunge. "Le primarie in sé sono uno strumento di partecipazione popolare - prosegue Salis -, ma in questo caso le ritengo divisive. Darebbero alla destra argomenti per attaccarci sulle nostre differenze. Ci può essere un percorso interno di scelta del leader, od ognuno va alle elezioni col proprio leader e poi si decide chi meglio può rappresentare l'alleanza. Ma le primarie credo abbiano senso quando servono a celebrare un percorso politico".