Dopo 108 udienze, decine e decine di testimoni e l’esame di centinaia di prove, arriva la sentenza per la prima ‘ndrina di ‘ndrangheta con base a Roma. Quasi due secoli e mezzo di carcere – 240 anni per la precisione – e una verità: alla fine la ‘ndrangheta è riuscita a stabilirsi nella Capitale. Non un boss che gestisce gli affari per conto delle cosche calabresi, ma una "Locale" autorizzata e ufficialmente investita dalla "casa madre" calabrese. Quarantaquattro imputati – al netto delle 14 persone già giudicate con rito abbreviato e condannate a 104 anni di reclusione – sconteranno pene che vanno da 1 a 24 anni.Una sentenza che “può costituire uno sviluppo di ulteriori indagini su questo filone e uno stimolo particolare proprio per proseguire in questa attività, su cui la Dda di Roma è, come sempre, particolarmente impegnata” dice a margine della lettura della sentenza il Procuratore Capo di Roma Francesco Lo Voi.
Cassazione conferma: condanne per la prima locale di ‘ndrangheta a Roma
di Andrea Ossino
Le pene più alte sono riservate ai capi. Uno su tutti: Vincenzo Alvaro, che sconterà 24 anni di carcere. Lui e Antonio Carzo, già condannato in abbreviato, avevano stabilito una diarchia, riproducendo linguaggi, riti e metodi della mafia calabrese. Una ‘ndrina ufficiale, costituita nel 2015 dalla cupola, "La Provincia", che ne aveva deliberato la costituzione: una "propaggine" di Cosoleto. Carzo e Alvaro. Con il primo invaso dalla "brama di potere". "Sei arrivato a Roma... al centro di Roma... hai aperto un bel locale... avete un locale qua... sei come il Papa oggi...", lo elogiavano i sodali. Alvaro invece era il braccio imprenditoriale. Il legame con le altre consorterie. Già sopravvissuto alle vecchie accuse, poi cadute, che lo vedevano aver allungato le mani sul Café de Paris di via Veneto, il locale simbolo della Dolce Vita. È da una sua massima che emerge una delle intercettazioni simbolo: "Noi ringraziando a Dio siamo una famiglia... Guardate quanto siamo belli qua... Noi siamo una propaggine di là sotto". Ancora: "Siamo una carovana... per fare la guerra... basta un attimo... o me la dai o me prendo", spiega Alvaro, rivelando il metodo alla base dei suoi affari in molti settori dell’economia, a cominciare dai ristoranti fino alle attività di pasticceria, ai panifici, alla vendita del pesce. Ecco, i ristoranti. È qui che si prendevano le decisioni. A tavola. "All’Angoletto" o al "Binario 96".Potente, Alvaro. Da premio "Nobel per la pace", dicono gli indagati, spiegando che lo avrebbe meritato per aver "contribuito in modo determinante alla pax mafiosa".






