Quando nel 1997 il supercomputer Deep Blue di IBM sconfisse il campione degli scacchi Garry Kasparov, il New York Times produsse un titolo leggendario: Machines 1, Men 0. Dieci anni fa, in una stanza d’albergo a Seoul, quel punteggio si è aggravato. Le macchine, oggi, conducono per 2 a 0. Ma tra il primo e il secondo punto c’è una differenza abissale. E il mondo ha impiegato diverso tempo per comprenderlo del tutto.
Deep Blue vinse con la forza bruta: milioni di posizioni calcolate al secondo. Il sistema di intelligenza artificiale che nel 2016 sfidò il sudcoreano Lee Sedol - diciotto titoli mondiali, il più forte giocatore di Go della sua generazione - prevalse con qualcosa di diverso.
AlphaGo, così si chiamava quell’IA creata da DeepMind, un laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale che Google aveva acquistato per oltre 400 milioni di dollari, aveva qualcosa di diverso.
Un modo di agire che somigliava all’intuizione umana.
La sconfitta che ha aperto il futuro dell’IA






