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26 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 13:20

Una Corte che in settant’anni di vita ha acquisito “un ruolo progressivamente di maggiore impatto, rendendosi interprete di radicali cambiamenti nella società e nell’ordinamento giuridico”. Ma che, però, tuttora non riesce a farsi ascoltare dalla politica, in particolare sul tema del fine vita. Nella sua relazione sull’attività della Corte costituzionale, letta nell’annuale seduta solenne di fronte alle più alte cariche dello Stato, il presidente Giovanni Amoroso rivendica come la Consulta – che tra poco festeggia il settantesimo anniversario dalla prima udienza, tenuta il 23 aprile 1956 – sia “rimasta fedele alla sua missione di custode della Costituzione“, tenendosi rispettosamente “al di qua della sottile linea di demarcazione tra le valutazioni di legittimità costituzionale e le scelte politiche riservate al legislatore”. Ma allo stesso tempo, in un’intervista pubblicata sull’Annuario della Corte, Amoroso sollecita un maggiore dialogo tra l’organo e il Parlamento, chiedendo esplicitamente “l’instaurazione di un canale di interlocuzione istituzionale” con le Camere, “come in ipotesi l’audizione del presidente o di giudici in seno alle Commissioni Affari costituzionali per evidenziare, ad esempio, le pronunce “monito” dell’anno”. Proprio questo, infatti, è il punto dolente nei rapporti tra le due istituzioni, come dimostra in modo emblematico l’eterna melina su un tema delicatissimo: “Ancora inascoltato è il monito per introdurre una normativa nazionale di regolamentazione del suicidio medicalmente assistito“. La legge, infatti, è ferma in Commissione al Senato dopo l’approvazione del testo base (molto contestato dalle opposizioni) lo scorso luglio.