A Filadelfia una mostra racconta la singolare vicenda del monumento al pugile-eroe vissuto solo al cinema. Che ogni anno, spiega il curatore Paul Farber, ha 4 milioni di visitatori. Come la Statua della Libertà
di Raffaele Panizza
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C’è differenza, e nel caso quale, tra una statua e un monumento? Ed è sempre vero che le prime vengono erette dagli egemoni mentre le seconde innalzate – e se cambia l’aria, abbattute – dal popolo? E se le strade sono decorate di eroi che han fatto la storia, perché in cima alla scalinata del Philadelphia Museum of Art c’è la figura in bronzo, alta due metri e mezzo, del pugile immaginario Rocky Balboa? Che di certo ha fatto la storia, ma sarebbe più giusto dire che sia “stato fatto” da una storia.
Venuto dai bassifondi di “Philly” e ispirato a campioni come Rocky Marciano e Joe Frazier, la cui statua, sempre a Filadelfia, non la visita nessuno. Un eroe creato nel 1976 da Sylvester Stallone, che così vinse l’Oscar per la regia e per il ruolo da protagonista, accoppiata riuscita solo a Charlie Chaplin e Orson Welles: anch’essi vantano effigi in giro per il mondo, ma nessuna è diventata monumento. Nell’anno dei festeggiamenti (obiettivamente guastati dall’attualità mondiale) per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza americana, la città della Pennsylvania dedica al suo “figlio prediletto mai esistito” la mostra Rising up! Rocky and the making of a monument (dal 25 aprile al 2 agosto): intorno alla monumentalizzazione del ricordo una riflessione sul concetto di storicizzazione, sul mito dell’outisder e sulla formazione della memoria collettiva. A idearla e curarla, lo storico e public intellectual Paul Farber, direttore e fondatore di Monument Lab: “A rendere omaggio a Rocky vanno 4 milioni di persone l’anno, lo stesso numero di visitatori che si presenta al cospetto della Statua della Libertà”, dice dal suo studio di Filadelfia.






