Strette di mano, grandi sorrisi e un accordo firmato tra TotalEnergies e Stati Uniti d'America. Due pagine aperte, corredate di firme e mostrate al pubblico, sottolineando anche nella forma l’adesione al “metodo” che è solita utilizzare l’amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump per annunciare le proprie decisioni. Protagonisti di questa scena sono l’amministratore delegato del colosso petrolifero TotalEnergies, Patrick Pouyanné, e il segretario agli Interni degli Stati Uniti, Doug Burgum. Oggetto dell’accordo: la rinuncia da parte della compagnia energetica francese alla costruzione di due grandi parchi eolici offshore, previsti al largo delle coste orientali nordamericane, in cambio di un gigantesco indennizzo pari a 928 milioni di dollari (circa 800 milioni di euro, al cambio attuale).L’amministratore delegato Pouyanné: “Contenti di poter sostenere la politica energetica USA”L’intesa era stata rivelata il 17 marzo dal quotidiano New York Times, e aveva subito destato clamore. Non tanto – o meglio non solo – per la decisione di rinunciare ai due impianti, ma per le clausole imposte dal presidente degli Stati Uniti all’azienda europea. L’indennizzo è stato infatti concesso a patto che il denaro venga reinvestito in progetti di sviluppo di fonti fossili. Un passo indietro su tutta la linea rispetto alla transizione energetica sulla quale la comunità internazionale si sta faticosamente impegnando fin dall’Accordo di Parigi del 2015 e, di fatto, un’adesione totale alle visioni di Washington in materia di energia, dettate da un approccio negazionista nei confronti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici.Pouyanné ha parlato d’altra parte di una decisione win-win, ovvero positiva per entrambe le parti, quando ha confermato l’intesa il 23 marzo, primo giorno della CERAWeek, grande fiera dell’industria petrolifera e del gas organizzata a Houston, in Texas. E si è spinto ad affermare a chiare lettere che “TotalEnergies esprime la propria soddisfazione per la firma di questo accordo” e per la possibilità di “sostenere la politica energetica dell’amministrazione americana”. Quest’ultima aveva annunciato nello scorso mese di dicembre la sospensione di tutti i progetti di eolico offshore, anche se ora l'ultima parola spetta ai tribunali.I due progetti annullati avrebbero avuto una capacità complessiva di 4 gigawattI due parchi eolici che non si faranno più erano previsti nelle acque di fronte a New York e alla Carolina del Nord. Il primo avrebbe avuto una capacità installata di 3 gigawatt (GW) e avrebbe dovuto essere avviato nel 2029. Il secondo, da 1 GW, era previsto per il 2031. Da parte sua, TotalEnergies sottolinea di aver già installato 10 GW di rinnovabili negli Stati Uniti (tra eolico e solare fotovoltaico) e di avere ancora in piedi progetti per 20 gigawatt.Le relative autorizzazioni erano state acquisite dalla compagnia francese nel 2022. Un anno più tardi era stata creata una joint venture con le aziende Corio generation et Rise light and power per il progetto nello stato di New York, battezzato New York Bright.Vincent Stoquart, direttore della divisione Rinnovabili della multinazionale, aveva dichiarato che grazie alle “condizioni finanziarie” e ai “vantaggi competitivi”, nonché a “una connessione alla rete molto performante”, il parco eolico “ci avvicinerà alla nostra ambizione di produrre 100 terawattora di energia elettrica di qui al 2030”. Il dirigente aveva anche manifestato la propria soddisfazione per essere stati scelti dal governatore dello stato americano “poter concretizzare la promessa di fornire energia verde a parecchie centinaia di migliaia di famiglie e imprese”.La sospensione poche settimane dopo l’elezione di Trump, a novembre 2024Nel novembre del 2024, però, la stessa TotalEnergies aveva annunciato la sospensione dei progetti, a poche settimane dalla vittoria alle elezioni presidenziali di Donald Trump. Ora, al momento della presentazione dell’accordo con l’amministrazione di Washington che pone fine ai due progetti, Pouyanné ha cambiato decisamente orientamento, dichiarando che “l’eolico in mare non è il metodo meno caro per produrre energia negli Usa”. Al contrario, lo stesso amministratore delegato in un comunicato ha spiegato che, sulla base dell’intesa, verrà finanziata tra le altre cose la costruzione della fabbrica Rio Grande per la produzione di gas naturale liquefatto (Gnl) che sarà utilizzato per lo sviluppo di data center negli Stati Uniti. E ha affermato che, a suo parere, “questo rappresenta un utilizzo ottimale dei nostri capitali nel paese”.Cosa farà TotalEnergies con il miliardo di dollari concesso dagli Stati UnitiIl progetto fossile in questione coinvolge anche l’americana NextDecade. Secondo TotalEnergies, che si dichiara primo esportatore di gnl americano con 19 milioni di tonnellate nel 2025, parte del gas arriverà in Europa. L’impatto climatico del gas naturale liquefatto è però nettamente superiore rispetto a quello trasportato attraverso i gasdotti: uno studio della Cornell university di New York ha calcolato che le emissioni sono maggiori del 33% perfino rispetto al carbone, ovvero alla fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima.Tra le altre richieste che l’amministrazione statunitense avrebbe avanzato figurano poi investimenti nell’esplorazione petrolifera convenzionale nel golfo del Messico, così come nella produzione di gas da scisto. Con tutti i rischi che la prima comporta per l’ecosistema marino e la seconda per gli impatti delle tecniche necessarie (la fratturazione idraulica o fracking) per l’estrazione.Wired Italia ha tentato di contattare TotalEnergies, in particolare la sede di Parigi, per porre alcune domande sulla strategia complessiva dell’azienda e sui nuovi investimenti in fonti fossili, ma – al momento della pubblicazione – non è stata ricevuta alcuna risposta.Intanto nella costa Ovest degli Usa raggiunti i 41,1 gradi centigradi in pieno invernoTutto ciò non farà che potenziare il riscaldamento globale, già fuori controllo secondo la scienza, e causa di effetti disastrosi a livello internazionale. Proprio negli Stati Uniti occidentali, nei giorni scorsi un’ondata di caldo straordinaria ha portato a temperature inimmaginabili, a marzo.A Phoenix, capitale dell’Arizona, mercoledì 18 marzo il termometro ha raggiunto i 38,9 gradi centigradi. Dati ancora più sorprendenti sono stati registrati in California: a Palm Springs si è arrivati addirittura a 41,1 gradi. E perfino a Fort Collins, in Colorado, ai piedi delle Montagne Rocciose, a 1.525 metri di altitudine la colonnina di mercurio ha raggiunto i 28,9 gradi.Il gas americano, dunque, forse può “tamponare” esigenze immediate, ma rischia di aggravare – negli Stati Uniti, in Europa e ovunque nel mondo – la crisi climatica. Che già comporta enormi costi sia in termini di perdite economiche che di vite umane.