L'esaurimento del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) rischia di trasformarsi in un boomerang senza precedenti per le imprese di rete, le aziende che realizzano i lavori di infrastrutturazione della fibra ottica. E già si fanno i primi conti: 12mila gli esuberi stimati di cui 2mila quest’anno e 7mila nel 2027. È quanto emerso in occasione dell’evento Reti e servizi leve per la competitività, organizzato a Roma da Anie Sit, l’associazione di Confindustria che rappresenta, per l’appunto, le aziende che si occupano di progettazione, realizzazione e manutenzione delle infrastrutture fisse e mobili per le telecomunicazioni (tlc). Un momento per fare un bilancio delle cose fatte tenendo conto dell’imminente fine del mandato di Luigi Piergiovanni, alla guida di Anie Sit per quattro anni.“Le imprese di rete sono cresciute come non mai in questi anni e le sei maggiori aziende del comparto (in vetta alla classifica Sirti e Sielte, ndr) sono passate da 3,2 a 4 miliardi di fatturato, una crescita double digit che rappresenta un unicum in un mercato, quello delle telecomunicazioni, da anni in profonda sofferenza”, ha evidenziato il presidente Piergiovanni. Ma la situazione rischia di ribaltarsi dopo la chiusura del Pnrr, ossia con la fine dei cantieri del Piano Italia a 1 Giga in capo a Open Fiber e Fibercop.La partita della fibra resta apertaSe è vero che la partita della fibra non finisce qui – i 700mila civici stralciati dal Piano per evitare la scure di Bruxelles saranno oggetto di nuove gare nel quadriennio 2027-2030 in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio – sarà inevitabile fare i conti con commesse al ribasso.“Il mercato delle telecomunicazioni è stato caratterizzato finora da appalti importanti che in futuro saranno ridimensionati”, ha detto Piergiovanni. Certo ci saranno da gestire lo switch off della rete in rame (il Digital networks Act propone lo smantellamento delle vecchie reti entro il 2035) e le attività di manutenzione. Fortunatamente le imprese di rete si sono in parte riorganizzate per andare a esplorare mercati decisamente più fiorenti a partire da energia e trasporti. Ma non è sufficiente per rasserenare gli animi: le competenze del settore delle tlc sono solo in parte riutilizzabili e si rischia il doppio effetto boomerang perché se da un lato bisognerà ridurre le risorse impiegate attualmente nei cantieri della fibra dall’altro ne serviranno di nuove e difficilmente reperibili sul mercato.Decreto flussi, 90mila euro per ogni risorsaNon basterà, come è stato fatto in questi anni, ricorrere al decreto flussi: “Il modello dal punto di vista operativo e qualitativo funziona ed è applicabile. Le risorse provenienti soprattutto da determinati Paesi sono risultate idonee e stabili. Ma economicamente è un modello insostenibile: ci sono da gestire selezione e formazione in loco, spostamenti, vitto e alloggio e serve formazione specifica”, ha sottolineato il presidente di Anie Sit. Risultato: mancata produzione nei primi 6 mesi e un break even di almeno 10 anni a meno di incentivi da parte dello Stato che possano compensare gli extra costi.Stando ai dati forniti da Anie Sit il costo per ciascuna risorsa ammonta a 90mila euro annui, con un aggravio stimato in 20mila euro pro capite rispetto a risorse italiane. Come se non bastasse le imprese di rete già toccano con mano gli impatti del conflitto in Medio Oriente: “Stanno aumentando i prezzi dei materiali edili per noi fondamentali nelle opere di ripristino per non parlare degli aumenti sui carburanti – ha evidenziato Piergiovanni –. Non siamo ancora in grado di calcolare quanto ci costerà questa guerra ma siamo certi che gli aggravi saranno importanti e che a catena impatteranno sugli investimenti ce avevamo preventivato”.Ma una buona notizia c'èIn uno scenario così complesso si è aperta però un’inaspettata breccia di luce: l’accordo appena annunciato da Tim e Fastweb+Vodafone per la realizzazione e la gestione di 6mila nuove torri per la telefonia mobile con l’obiettivo di accelerare il roll-out nazionale del 5G. Una pessima notizia per la tower company Inwit (il titolo è crollato in Borsa con picchi di oltre il 20%) costretta a rivedere al ribasso la guidance 2026. Una situazione che aprirà inevitabilmente un contenzioso legale sul Master Services Agreement, ossia sul contratto a lungo termine siglato (scade a marzo 2038) a suo tempo con Tim e Vodafone e che ha comportato per Inwit un investimento iniziale per circa 10 miliardi.