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Ogni treno che ha attraversato la penisola ha raccontato chi eravamo e chi volevamo diventare
C’è un paese che corre più veloce di se stesso e non se ne accorge. Lo fa sui binari, da sempre, perché la ferrovia in Italia non è mai stata solo un mezzo di trasporto. È stata un’idea, un progetto politico, una promessa. A volte mantenuta, quasi sempre tradita, e comunque sempre più bella del risultato. Ogni treno che ha attraversato la penisola ha raccontato chi eravamo e chi volevamo diventare. La storia dei treni veloci italiani è una storia di sogni, di ingegno, di invenzioni geniali e di occasioni buttate dal finestrino. È una storia che somiglia all’Italia.
Tutto comincia con il Settebello. Il treno dei desideri, come lo hanno ribattezzato quelli che ci sono saliti almeno una volta. Nasce nel 1952 dalle Officine Breda di Sesto San Giovanni, su disegno di Giulio Minoletti e Gio Ponti, e porta il nome della carta che vince su tutte le altre nel gioco della scopa. Gli operai lo battezzarono così durante la costruzione, in segno di ammirazione. Era un gesto scaramantico e insieme una dichiarazione d’amore. Il Settebello era l’Italia che voleva stupire il mondo e aveva i mezzi per farlo. Sette convogli, 190 posti di sola prima classe, salottino belvedere con vetrata panoramica a centottanta gradi sul muso bombato che sembrava la prua di un aereo. Bar, carrozza ristorante, poltrone da salotto. Un jet che correva sulle rotaie a centosessanta all’ora tra Milano e Roma. John Bainbridge del New Yorker, nel 1963, lo paragonò all’Orient Express al tempo del suo splendore. Il biglietto costava quattordicimila lire, un operaio ne guadagnava quarantasettemila al mese, e il treno era sempre pieno. Perché il lusso, quando è bello davvero, attira anche chi non può permetterselo. Il Settebello non trasportava passeggeri, trasportava l’idea che l’Italia potesse essere magnifica.






