Algeri, 25 mar. (askanews) – Il fardello se lo scrolla di dosso mentre è sul volo di rientro da Algeri, al termine di una giornata che, vista dalle sponde del Paese nordafricano, sembra quasi surreale. Giorgia Meloni aveva deciso appena venerdì scorso di venire a incontrare il presidente Abdelmadjid Tebboune per giocare d’anticipo nella partita energetica e portare a casa quel “rafforzamento dei rapporti” che, in una fase di difficili approvigionamenti globali, significa assicurarsi maggiori forniture di gas. Perché quella sembrava essere la priorità del governo, almeno fino a pochi giorni fa. Almeno fino a quando la valanga di no che ha travolto il referendum sulla giustizia non ha avuto quelle conseguenze devastanti che lei stessa per mesi si era affannata a dire non ci sarebbero state. La premier ha preteso di dare un segnale, di dimostrare che nel suo governo “non ci sono sacche di impunità” con un repulisti che ha portato prima alle dimissioni del capo di gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi, e del sottosegretario Andrea Delmastro, e poi alla richiesta a Daniela Santanché di mostrare “analoga sensibilità”.

Quello che ne è seguito è stato un braccio di ferro tra la presidente del Consiglio e la ormai ex ministra del Turismo che, dopo aver tentato di resistere per 24 ore, ha alla fine rassegnato le dimissioni non solo auspicate ma addirittura richieste pubblicamente dalla premier, con una inedita decisione di lavare i panni sporchi in piazza che rappresenta anche una vistosa crepa nel monolite che fu Fratelli d’Italia.