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25 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 18:55

Quanto è rimasto in tasca agli italiani dello sconto da 25 centesimi di euro – quasi 500 milioni di costo complessivo – che il governo Meloni ha varato lo scorso 18 marzo dopo settimane di tentennamenti e contorsioni verbali? Poco, a ben vedere: 12 centesimi scarsi al litro. E non solo per la fluttuazione del petrolio, il cui prezzo ha oscillato nei dintorni dei 100 dollari al barile da una settimana a questa parte dopo le fiammate a 115 e oltre. Da un lato infatti, a comprimere il beneficio contribuisce il meccanismo stesso. A differenza di quanto avviene in altri Paesi, dove eventuali sconti vengono applicati al cliente al momento del pagamento – banalmente il principio dei saldi – lo sconto del governo viene applicato a monte sulla formazione del prezzo. Questo lascia a compagnie e impianti la libertà di adeguarsi mentre l’onere di controllare in capo alla guardia di Finanza è quantomeno ingrato, visto che in libero mercato non c’è un parametro univoco a cui fare riferimento, ma solo il meccanismo ampiamente criticato del prezzo medio nazionale.

Se poi si va a guardare nel dettaglio, dai numeri del Mimit emerge un fattore rilevante, la italica attitudine a fregare il prossimo. È sufficiente analizzare statisticamente i dati pubblicati ogni giorno dal ministero per riconoscere qualcosa di più di un indizio. Su oltre 92mila prezzi censiti (numero delle stazioni di servizio x tipo di carburante x servito/self), oltre 41mila sono le pompe che hanno registrato e comunicato un cambio di prezzo sia il giorno 18 – quando il decreto è stato varato – che il giorno 19, quando il decreto è entrato in vigore. Su 41593 variazioni registrate a cavallo dei due giorni, sono ben 23.226 quelle in su. Cioè pompe in cui il prezzo del carburante era aumentato nel giorno dell’entrata in vigore del decreto. Poi, come lo stesso ministero di Urso ha giustamente comunicato, il giorno 20 è arrivata la raffica di riduzioni forzose da parte di (più o meno) tutti.