C’è stata un’epoca, nella moda, in cui il mito delle top model irraggiungibili era sulla bocca di tutti. Non si trattava solo di modelle, ma di donne in carriera ammirate dal grande pubblico e dai designer, che se le contendevano a suon di “chi offre di più”. Un sistema che raggiunge il suo apice negli anni Novanta, periodo in cui le “Big Five” (Naomi Campbell, Cindy Crawford, Christy Turlington, Linda Evangelista e Claudia Schiffer) regnavano sovrane facendo sognare le ragazze di tutto il mondo. Icone irraggiungibili e donne d’affari, contese dai grandi designer a colpi di contratti milionari. Un’estetica e un’attitudine che ancora oggi dominano le passerelle, cavalcando l’inesauribile onda della nostalgia per i Nineties.
L’epicentro di questa età dell’oro è stato senza dubbio l‘Elite Model Management. Fondata a Parigi nel 1983, l’agenzia si è imposta come la culla assoluta delle supermodelle del secolo scorso. Eppure, come spesso accade dietro le quinte dorate del fashion system, la storia del colosso ha incrociato zone d’ombra profondissime e inchieste giudiziarie devastanti. Nel 2020, la magistratura parigina ha indagato Gérald Marie, ex presidente di Elite Europa, per accuse di stupro e molestie. Ancora più inquietante è il capitolo legato a Jean-Luc Brunel, ex agente dell’agenzia, è stato accusato di procurare minorenni a Jeffrey Epstein. Sospesa tra le ombre di un passato torbido e i trionfi internazionali, l’agenzia è comunque riuscita a mantenere intatto il suo istinto originario: lo scouting. La sua capacità di intercettare i volti giusti ha attraversato le generazioni, lanciando icone come Gisele Bündchen e Alessandra Ambrosio, fino ad arrivare alle stelle contemporanee come Vittoria Ceretti e Mona Tougaard.






