Giorgia Meloni ha preparato con grande cura il licenziamento di Daniela Santanchè: ha sentito e informato il Quirinale e poi ha scritto due righe gelide, pesantissime, alla fine di una nota in cui invita la ministra del Turismo a seguire il comportamento del sottosegretario a Andrea Delmastro e della capa di gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi. Meloni mette nero su bianco, come una denuncia affissa in pubblica piazza, che Santanchè non ne vuole sapere di eseguire l’ordine di dimettersi. E la sua resistenza a questo punto diventa automaticamente il racconto di un duello tra due prime donne della destra italiana, ferite diversamente dallo stesso sentimento di orgoglio. Due donne tra le quali il carattere, tenace o cocciuto, ha creato un solco sempre più profondo. Spoiler scontato: questa storia finirà nell’unico modo possibile, Santanchè lascerà il governo. È solo questione di quando lo farà. La presidente del Consiglio l’ha scaricata definitivamente, e nel peggior modo possibile. E alla ministra restano poche strade: o si mette l’anima in pace e lo fa più o meno spontaneamente, o osa un’altra sfida a Meloni, costringendola a forzare. Non esiste un potere di revoca formale di un ministro, previsto per il presidente del Consiglio, che invece è – per esempio - nelle prerogative del cancelliere tedesco. Le leve che ha in mano Meloni sono due: passare da un rimpasto, concordato con il Capo dello Stato, oppure far astenere Fratelli d’Italia quando si voterà la mozione di sfiducia individuale delle opposizioni in Parlamento, per farla approvare. È una eventualità, quest’ultima, a cui Santanchè si sarebbe detta «pronta», ieri, parlando con fonti di sua fiducia, nelle prime reazioni a caldo, affogando nell’amarezza lo choc di sapere di essere finita anche lei nella black list di Meloni. È una linea che la ministra porta avanti da più di un anno, da quando si è in qualche modo cronicizzato il reciproco sospetto con Palazzo Chigi. La promessa della ministra Nel gennaio 2025, di fronte al mare di Gedda, in Arabia Saudita, parlando con La Stampa e altri quotidiani, Santanchè affermò che avrebbe deciso lei e soltanto lei quando dimettersi. Lo ribadì in risposta a Meloni, che l’aveva invitata a riflettere sull’opportunità di un passo indietro, a tutela del governo. La ministra tirò in ballo Ignazio La Russa, l’amico e garante, l’unico a difenderla. «Non mi abbandonerà mai», disse. Ed è stato vero, ancora fino a ieri. Il presidente del Senato ha tentato di tutto: saputo delle intenzioni di Meloni, ha prima provato a capire quanto fosse determinata la premier. Chiarito che non le avrebbe concesso altro tempo, La Russa ha cercato di dissuadere Santanchè. La conosce bene, sa che non le difetta l’ostinazione ai limiti della temerarietà, per nulla intimorita dall’idea di sfidare un leader forte, come ha dimostrato in passato, quando strappò con Silvio Berlusconi. Ieri ha confermato questa attitudine lasciando filtrare di essere rimasta serenamente al telefono con i suoi collaboratori, anche se non fisicamente al ministero, e che oggi sarà come sempre a lavoro, impegnata a organizzare il Forum internazionale sul Pet Tourism. In agenda è prevista anche la sua partecipazione al convegno di Assomarinas, domani alle 15. Se entro stasera non avrà dato le dimissioni, sarà lì che si farà trovare. L’inizio della battaglia contro la magistratura Santanchè e Delmastro sono i capitoli iniziali della battaglia di Meloni contro la magistratura. Sempre difesi, sempre lasciati al loro posto. Nel luglio del 2023, nove mesi dopo aver ricevuto l’incarico a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio fece pubblicare una nota attribuita a fonti anonime in cui accusava una parte delle toghe di svolgere un ruolo di opposizione al governo. Era la nascita di un teorema, poi divenuto il collante della campagna per il Sì alla riforma della giustizia. A quel tempo Meloni fissò un principio: avrebbe chiesto le dimissioni solo dopo un rinvio a giudizio. Poco dopo l’asticella si è alzata: ministra e sottosegretaria avrebbero lasciato solo dopo una condanna. Lo ricordava Santanchè un anno fa, proprio dal porto di Gedda: «È la premier che ha detto che non basta un rinvio a giudizio». Per la ministra non è cambiato nulla, anche se il quadro giudiziario per lei si è andato deteriorando. Il processo per falso in bilancio, per le presunte irregolarità nella gestione di Visibilia, è in corso. Le indagini per bancarotta, dopo i fallimenti di Ki Group e Bioera, vanno avanti. Ma a far più paura è l’altra inchiesta, politicamente più rilevante, che riguarda i fondi della cassa integrazione usati durante la pandemia per dipendenti che in realtà continuavano a lavorare. Tutto è fermo per un conflitto di attribuzione alla Consulta sollevato dal Senato. Il giudice per l’udienza preliminare ha rinviato a ottobre: quando i partiti saranno già con la testa alla campagna elettorale per le politiche. Trovarsi di fronte al leader del M5S Giuseppe Conte che le rinfaccia la difesa a oltranza della sua ministra è un rischio che Meloni non vuole più correre. Dopo la sconfitta del referendum, la premier vuole gli imputati fuori dal governo, e riportare la storia di Fratelli d’Italia alla mitologia originaria, della giovane studentessa che abbraccia la politica di fronte alle immagini dei crateri di mafia a Capaci e a Palermo. Lo scontro con i magistrati è stato lacerante, e replicare la crociata di Silvio Berlusconi contro le toghe politicizzate non ha pagato in termine di consensi. Anzi. Ha polarizzato e ridato vigore all’opposizione, compattando una fetta di elettorato che nessuno aveva visto arrivare.