(di Alex Maxia) Economia, welfare, pressione fiscale e clima.

Sono stati questi i temi che hanno polarizzato l'intensa campagna elettorale in Danimarca, dopo l'annuncio della premier Social Democratica Mette Fredriksen di indire il voto anticipato.

E al centro del dibattito ci sono stati per oltre un mese anche i maiali.

Il destino dei 28 milioni di suini prodotti annualmente è diventato infatti il baricentro inaspettato della campagna elettorale, con il Paese spaccato tra ambizioni green e sopravvivenza rurale. Al centro del dibattito c'è stato il 'Green Tripartite' (Gr›n Tripartite-aftale), l'accordo storico che prevede la prima carbon tax al mondo sulle emissioni del bestiame con un costo per gli allevatori che potrebbe superare i 40 euro per tonnellata di CO2 nel 2030, salendo a 100 nel 2035.

Frederiksen, in cerca del terzo mandato, ha difeso l'accordo pur proponendo nuove restrizioni per proteggere l'acqua potabile dai pesticidi agricoli. Il resto del fronte politico si è frammentato con la Sinistra Radicale che ha chiesto un 'pig stop' urgente, ovvero il divieto assoluto di espandere o costruire nuovi allevamenti. Il partito Alternativa ha proposto un taglio dell'86% della produzione suina limitandola al solo fabbisogno nazionale. La Destra Populista guidata da Morten Messerschmidt, ha invece definito la tassa "dannosa per l'economia", senza un reale impatto sul clima globale. I liberali Lund Poulsen sono anche loro favorevoli a mantenere lo status quo.