A Fiumalbo, per ora, tutto tace. No tweet, no post, no reels. E dal virtuale, al momento, è tutto. A Cavriago invece hanno messo su la colonna sonora. C’è chi di no, ovviamente, di Vasco. E un messaggio su Instagram della sindaca Francesca Bedogni: «Cavriago immensa», con la foto dei risultati elettorali più l’emoji del cuoricino. Ma la notizia è un’altra: le certezze, signori, esistono. Anche, e forse soprattutto dopo un referendum in cui first reaction shock (cit Renzi), in cui le sorprese sono state tante. Non solo in Regione. Comunque non a Fiumalbo, ancora roccaforte della destra: qui il sì ha vinto con il 72,6%. E non a Cavriago, terra di sinistra e del no al trionfo con il 68,52%. E’ l’Italia che resiste, che si trincera nelle tradizioni. Anche quelle politiche.

Quei cento chilometri di differenza

E’ una storia antica quella dell’Emilia-Romagna del comunista Peppone e del parroco Don Camillo, che pure sarebbero di Brescello (25 chilometri da Cavriago) nella traslazione cinematografica del paese inventato da Guareschi, dove infatti ha vinto il Sì per poco più di 30 voti essendo quello il paese simbolo spaccato in due. Ma la loro anima, magari un po’ semplificata, banalizzata, stereotipata, però efficace, resiste e si incarna, anche nelle urne, in due luoghi. Fiumalbo e Cavriago. Centro chilometri, dalla provincia di Modena a quella di Reggio Emilia, dalla Bassa alla Montagna. Un fazzoletto di terra, mica di più, in cui si sono confermate le vocazioni, le anime e i pensieri storici di questi territori.Anche l’Anpi Cavriago ha partecipato alla festa del no. Con un post: «Ha vinto la Costituzione. Grazie a tutte e tutti». Cavriago, meno di diecimila abitanti, nelle campagne della provincia di Reggio Emilia. «La più filosovietica delle province dell’impero americano», secondo la definizione di Giovanni Lindo Ferretti. Oggi i poeti e i narratori del posto sono rapper, ragazzi che praticano un po’ di rumba. Perché anche lì si dice «bella vez» e si citano le strade «via Marx, via Ho Chi Minh, via Che Guevara, via Ibarruri, via Stalingrado, via Tito. Piazza Lenin. E la grande banca non più locale in sede via Rivoluzione d’Ottobre». Il modenese Edmondo Berselli definiva l'Emilia «una terra dai confini indefiniti che è il Sud del Nord e il Nord del Sud». Una sorta di Italia concentrata, anzi di super-Italia, «una terra di nichilisti ed empirici, balzani e creativi, cordiali e collerici come i pittori lunatici e naif che narrano la pianura». Cavriago rappresentò, nel dopoguerra, una delle naturali espansioni industriali del capoluogo. Si lavorava e poi ci si ritrovava nelle Case del Popolo, si parlava di politica e di come migliorare il mondo, magari partendo proprio dal proprio paese, davanti a una merenda avvolta nel lardo. Da allora sono successe tante cose: è caduto il muro di Berlino, l’Unione Sovietica si è dissolta, il mondo si è globalizzato diventando più grande e insieme più piccolo. Ma c’è ancora chi davanti al busto di Lenin in una delle piazza del paese si emoziona o si arrabbia.