Gino Paoli nel 2019
Il cantautore genovese rivoluzionò “il modo di fare musica” perché liberò i brani dall’essere “un’arma di distrazione”
Genova - Gino Paoli è stato a tutti gli effetti un rivoluzionario. Insieme a quegli altri ragazzi partiti dalla Foce, senza l’ambizione di diventare artisti, ma semplicemente come gruppo di amici, ovvero la “scuola genovese” (anche se il termine “scuola” non è mai piaciuto a nessuno, perché nessuno si è mai sentito “maestro”), ha cambiato per sempre la concezione stessa di canzone. L’artista, in un momento storico preciso, dopo il secondo conflitto mondiale, infatti, ha contribuito a liberare la musica dall’essere un’“arma di distrazione di massa” o di puro intrattenimento, trasformandola in uno spazio autentico, diretto, necessario, di manifestazione.
Lo ha raccontato spesso: quando iniziò a scrivere rifiutava l’idea di una poetica artificiale o di un amore edulcorato. Voleva riportare la canzone al linguaggio della strada, a quello della gente. Essere comprensibile, arrivare a tutti, ma allo stesso tempo provare a dare “un calcio in culo”, parole sue, a chi ascoltava, “per farlo pensare”, per fargli prendere in mano le redini del proprio cammino. Parole, ma anche melodie: le sue linee melodiche e vocali, grazie a precisi arrangiamenti, pur non essendo dotato di chissà quale timbro, hanno lasciato il segno. Una su tutte “La gatta”. Per Paoli, le canzoni non appartenevano a chi le scriveva: diventavano di tutti. Nascevano per lo più dai ricordi, dalla loro rielaborazione quasi onirica, e da lì prendevano forma concreta. È in questa visione che si può leggere la sua natura profondamente esistenzialista: raccontare la vita attraverso l’amore, senza filtri, senza costruzioni.










