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Trump costretto alla frenata, ma così lascia a Teheran margini per rigenerare l'apparato militare. Lo scenario di un Medioriente più lontano dall'influenza americana
Guerra e pace a metà. Ventiquattro giorni dopo l'inizio dei bombardamenti e l'eliminazione della Suprema Guida Ali Khamenei l'epilogo sembra questo. Donald Trump - prigioniero di un calendario dettato dal prezzo del gallone di benzina e dalle elezioni di "mid term" di novembre - si ritrova costretto a trattare con il nemico che prometteva di decapitare. E il risultato non è proprio di buon auspicio. L'Iran, comunque vada il negoziato, potrà affermare di aver tenuto testa all'assalto combinato di Stati Uniti e di Israele. E quindi di aver vinto la guerra.
Un'affermazione apparentemente surreale se si considerano la sfilza di leader e comandanti - cominciando da Ali Khamenei e Ali Larijani - eliminati dall'inizio della guerra e i danni materiali subiti dagli arsenali e dalle infrastrutture della Repubblica Islamica. Ma negli almanacchi della storia le guerre non si catalogano in base agli eventi registrati sulla linea del fronte. In Vietnam l'America non perse una sola battaglia eppure ne uscì perdente. E lo stesso dicasi per l'Afghanistan dove la resilienza talebana ha avuto la meglio sulla superiorità militare di Washington ed alleati. Stavolta sembra non andare diversamente.






