«Questo è il periodo più critico dalla Revolución. Cuba ha bisogno di cambiamenti economici e politici, ma spero che non si trasformi in una Disneyland dei Caraibi». La riflessione è di Leonardo Padura, tra i pochissimi scrittori cubani che ha scelto di restare a L’Avana nonostante le difficoltà sempre maggiori. Non certo un oppositore del castrismo, ma nei suoi libri – celebre la serie noir con protagonista il disilluso investigatore Mario Conde – non ha mai risparmiato critiche al Partito comunista. Com’è vivere tra blackout continui e benzina quasi introvabile? «L’assenza di corrente condiziona ogni aspetto, anche l’acqua nelle case dipende dall’elettricità. A causa della scarsità di carburante il trasporto pubblico è paralizzato, si va a lavoro con grandissime difficoltà. Poi c’è la carenza di cibo e medicine, problemi che si trascinano dalla pandemia. Ma la situazione si complica ogni giorno di più. Ovviamente alla base di tutto c’è il feroce embargo imposto dagli Stati Uniti».

A rendere tutto più complicato c’è il boom dell’inflazione. «La metà della popolazione soffre di povertà salariale. Qui la povertà va vista con lenti diverse: nessuno vive in strada, tutti hanno una casa. Ma il potere d’acquisto dei cubani è crollato, mentre i prezzi del cibo continuano ad aumentare: 30 uova costano 3 mila pesos, l’equivalente del salario medio». Come sta reagendo la popolazione dell’isola? «Premessa importante: generalizzare è impossibile. Ma sento molte persone disperate. Non ne possono più, desiderano un cambio. Nel mio ultimo libro “Morir en la arena” (non pubblicato in Italia, ndr) descrivo il disincanto della mia generazione. Persone cresciute con gli ideali della Revolución, alcuni che hanno combattuto in Angola e oggi dipendono dai soldi inviati dai loro figli, che vivono all’estero dopo essere stati costretti a lasciare Cuba». Lei è nato nel 1955, ha vissuto il “Período especial” e le altre crisi. Crede che questa sia la più critica? «Per via del mio lavoro vivo una condizione privilegiata, ma per il resto della popolazione questo è senza dubbio il momento più duro. Non si tratta solo di carenze materiali, ci sono ripercussioni mentali che si traducono in perdita di speranza e ansia». I vertici del Partito comunista hanno commesso errori? «Senza dubbio. Negli ultimi mesi si stanno installando impianti fotovoltaici per alimentare ospedali e scuole. Mi chiedo perché non ci hanno pensato quando si investiva in hotel per un turismo che non è mai arrivato e forse mai arriverà». Lei vive nella stessa casa dove è nato, nel barrio Mantilla a L’Avana. Perché ha deciso di rimanere? «Ho un passaporto spagnolo che mi garantirebbe di vivere ovunque, ma ho scelto di rimanere con la mia famiglia. Voglio stare al fianco di mia mamma, che a breve compirà 98 anni. Provo un grande senso di appartenenza alla cultura cubana e al suo modo di intendere la vita. Poi c’è la mia letteratura: ha una forte connotazione di cronaca sociale, che posso esercitare solo vivendo la realtà quotidiana, immergendomi tra i cubani, parlando con amici e vicini. Non sono convinto che la soluzione di tutto sia andarsene. E poi c’è un’altra ragione». Quale? «Nel patio di casa mia, che era di mio nonno e mio padre, sono sepolti tutti i cani che ho avuto in settanta anni di vita. Con loro ho sempre avuto un rapporto molto forte». Cosa ha pensato quando ha sentito Trump dire: «Prenderò Cuba e ci farò quello che voglio»? «Una grande rabbia. È un bugiardo vanaglorioso: ha promesso di far terminare tutte le guerre, invece le fa scoppiare. Sono convinto che il conflitto in Iran sia funzionale a creare una cortina di fumo attorno allo scandalo degli Epstein Files. Le elezioni di Midterm rischiano di essere catastrofiche per Trump». Per Cuba si parla di cambio di regime, senza escludere l’intervento militare. Qual è il suo auspicio? «Che si inizino a risolvere i problemi dei cubani. A cominciare dall’economia: un tempo la popolazione era omogenea, oggi c’è diseguaglianza. Ci sono poi i problemi politici causati da una struttura rimasta invariata da oltre sessant’anni. Servono cambiamenti nei modi di poter esprimere le proprie idee e il dissenso. Se si pretende di avere colloqui con il governo degli Usa, bisogna anche aprire spazi di dialogo tra le persone che vivono sull’isola: credo sia un nostro diritto. Ma qualsiasi scenario non può prescindere dalla nostra sovranità e indipendenza». Qual è la sua paura maggiore per il futuro? «Che Cuba diventi una distopia come il Salvador di Bukele o peggio: una Disneyland dei Caraibi. Dobbiamo preservare le grandi conquiste della Revolución: il livello della sanità, dell’istruzione, anche dello sport. Tutti settori in ginocchio per la crisi in atto». Nei suoi romanzi si è sempre esposto descrivendo i problemi di Cuba, senza risparmiare critiche al castrismo. Non ha mai avuto conseguenze? «Gravi no, ma i miei ultimi sei romanzi qui non sono stati pubblicati. Circolano copie pirata. Non compaio sui giornali o sulle tv cubane: è il prezzo che pago per la realtà che descrivo nei miei libri». Come commenterebbe Mario Conde il momento che sta attraversando Cuba? «Direbbe qualcosa del tipo: “È un fottuto caos. Cerchiamo rum, sigari e vediamo che c…o succede”. E si tufferebbe in mare per sentire le cattive energie dileguarsi in acqua».