Gutta cavat lapidem: la goccia scava la pietra non con un impeto improvviso, ma con la costanza della sua caduta. Già nel 2014 il programma di governo della nuova legislatura europea prevedeva l’istituzione di una Unione dei Capitali, quale naturale corollario dell’Unione Bancaria, per poter mettere gli europei nelle condizioni di poter disporre di un mercato finanziario efficiente, competitivo e soprattutto di ampiezza adeguata rispetto alle loro capacità di investimento.
Però, come era ragionevole aspettarsi, l’unificazione dei mercati del Vecchio Continente aveva finito per suscitare la reazione dei governi di quei Paesi interessati a sfruttare la possibilità, colta da molte imprese finanziarie, di poter continuare a scegliere “a la carte” il regime giuridico più favorevole, rendendo quindi impossibile attuare questo saggio proposito. Si è così bruciato un decennio che ha visto invece lo sviluppo impetuoso dei mercati finanziari americano ed asiatici. Solo lo scorso anno si è arrivati ad avanzare la proposta minimalista di una Unione del Risparmio e degli Investimenti (Siu), per indirizzare i risparmi degli europei verso le imprese dell’Unione. Con ciò si è di fatto riconosciuto l’effettivo fallimento del proposito di unificare il mercato dei capitali. La frammentazione non è in grado, per sua natura, di attrarre il denaro: la conseguenza è che le nostre imprese, non disponendo delle risorse per crescere, sono condannate al nanismo, e quindi ad una fine più o meno rapida.








