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All'ex sindaco Luigi Riserbato ci sono voluti otto anni per avere giustizia: nel frattempo ha visto condannare in via definitiva i suoi pm e promuovere il Gip che ha avallato le loro richieste e il dirigente della Digos che ha compiuto le indagini

A Trani il tempo, quella mattina di dicembre del 2014, sembra fermarsi all’alba. Le sirene arrivano prima della luce. Poi le auto delle forze dell’ordine, le porte che si aprono, i nomi che iniziano a circolare. In poche ore la città capisce che non si tratta di un’indagine come le altre. Tra gli arrestati c’è il sindaco in carica, Luigi Nicola Riserbato. È l’inizio di una storia che durerà quasi otto anni. Fino a quel momento Riserbato è il volto dell’amministrazione cittadina. La sua è una carriera politica costruita sul territorio, dentro gli equilibri locali. Poi arriva l’inchiesta. Le accuse sono pesanti, costruite su un’ipotesi ampia: attorno al Comune si sarebbe sviluppato un sistema capace di influenzare appalti, procedure, assunzioni. Non un episodio isolato, ma un meccanismo stabile. Nel fascicolo compaiono parole che cambiano tutto: associazione per delinquere corruzione concussione turbativa d’asta Non sono solo reati. Sono etichette che, nel giro di poche ore, ridefiniscono l’immagine pubblica di una persona. I giorni sospesi Dopo l’arresto arrivano i domiciliari. Per circa 45 giorni, la vita del sindaco si restringe a uno spazio chiuso. Fuori, però, la città continua a muoversi. E lo fa senza di lui.