CANOSA - Di colpo ti travolge il canto marmoreo e cristallino, potente e purissimo, di trecento donne. E la chiesa di Gesù Liberatore, che pure è grande, ne è inondata. Sembra un miracolo. Le donne sono arrivate alla spicciolata sul sagrato in un lunedì pomeriggio, con i loro giubbotti e le mise ordinarie di chi ha appena terminato un turno di lavoro o lasciato la famiglia dopo il pranzo. Con il piccolo in braccio, o in attesa, o dicendosi cose in dialetto. Prima di ricreare, con le loro ugole, uno dei momenti più sublimi di musica sacra al mondo.
La processione della Desolata a Canosa, che qui si sta preparando in vista del Sabato santo, è del resto uno dei capolavori scenici della devozione. Rimanda agli sguardi pietosi intorno alla vergine morta di Caravaggio o a tante altre raffigurazioni dolenti dell’apparato simbolico cristiano. Ma ha una forza che fa impallidire le voci bulgare. La capogruppo — si chiama Marilena Cappelletti, ha 48 anni, ed è operatrice sociosanitaria — piange commossa: «Mi succede ogni volta, da 23 anni», e confesserà poi di aver avuto accanto a lei anche malate terminali. È difficile non farsi penetrare dalle vibrazioni di questa nenia dedicata alla Madonna, un pianto rinnovato da duemila anni in ogni dolore materno, in ogni parto, in ogni lutto, o nel darsi a un figlio, a una causa, a un amore.








