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21 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 19:46
La morte di Robert Mueller, ex direttore dell’Fbi e procuratore speciale simbolo dell’inchiesta sul Russiagate, riapre una delle ferite più profonde della politica americana recente. A poche ore dalla notizia della scomparsa, avvenuta all’età di 81 anni dopo una lunga malattia, il presidente Donald Trump ha affidato ai social un commento destinato a far discutere: “Sono contento che sia morto. Non potrà più fare del male a persone innocenti!”. Parole che hanno immediatamente scatenato polemiche e che testimoniano quanto il rapporto tra Trump e Mueller sia rimasto segnato da un conflitto mai sopito. L’ex procuratore speciale era stato infatti incaricato nel 2017 di indagare sui presunti legami tra la campagna presidenziale repubblicana del 2016 e la Russia, in quello che sarebbe diventato il caso politico-giudiziario più divisivo degli ultimi anni negli Stati Uniti.
Mueller guidò l’indagine con uno stile rigoroso e silenzioso, lontano dai riflettori. Per quasi due anni il suo team lavorò senza conferenze stampa, né dichiarazioni pubbliche, mentre dalla Casa Bianca arrivavano attacchi ripetuti. Il rapporto finale, pubblicato nell’aprile 2019, stabilì che la Russia aveva interferito nel processo elettorale con l’obiettivo di favorire Trump, ma non arrivò a dimostrare una cospirazione criminale tra il candidato e Mosca. Allo stesso tempo, il documento – 448 pagine – descrisse numerosi contatti tra membri della campagna e soggetti russi e ricostruì tentativi da parte del presidente di influenzare o limitare l’indagine, senza però formulare un’accusa penale diretta, anche alla luce della prassi del Dipartimento di Giustizia che impedisce l’incriminazione di un presidente in carica.










