“Più invecchi, più ti metti in discussione. Ti chiedi: chi sono? La somma delle mie esperienze? Le cose che ho creato?”. L’età, l’America, le lentiggini e i baci: una conversazione sul mestiere di vivere

di Carlo Antonelli

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Julianne Moore è molto simile alla protagonista dei libri per l’infanzia che si è inventata. L’ha chiamata Freckleface Strawberry. È una bambina coi capelli rossi e le lentiggini, che però non vorrebbe avere. Tenta in ogni modo di liberarsene, strofinandosi le guance o usando dei trucchi, per scoprire che quando riesce a nasconderle, in realtà la sua freckleface manca ai suoi amici da morire. E piano piano arriva ad accettare se stessa, così com’è. Ovviamente anche Julianne Moore, per quanto cerchi di liberarsi o stravolgersi, è così come siamo abituati a vederla. Appartiene a un gruppo di persone naturalmente eleganti, liberal nel senso statunitense del termine. Chic, posata ma ipergentile, rappresentante di quell’America che probabilmente ritiene scontato e poco innovativo accanirsi e basta contro Trump. Ha gli occhi spesso un po’ spalancati ed è vestita in monocromo grigio. Se indossato con i capelli rossi di una nuance tutta sua (che dovrebbe brevettare) naturalmente sta benissimo. Nella filmografia, Julianne Moore trova sempre il modo di essere – di riffa o di raffa – questa Julianne Moore qui. Che si tratti della lunga relazione d’amore professionale con Todd Haynes, o Paul Thomas Anderson, o Luca Guadagnino o Pedro Almodóvar, il bello e la fortuna di essere l’ottima attrice che è deriva da un attentissimo e metodico uso di come è davvero. Il risultato è quello di una sorta di realismo incantato, di lucido sgomento. Perché il mondo intorno non corrisponde più nemmeno per un briciolo alla razionalità che ha conosciuto da ragazza. È sfuggito a ogni ordine di senso.