Era il 1972 quando le gesta di un mito assoluto delle arti marziali, Bruce Lee, sbarcarono oltre i confini. Il fenomeno Bruce Lee, già icona assoluta nella sua Cina, era carico di una tale forza da voler intraprendere un viaggio nell’Occidente per sfidarlo. Inizialmente per raccontarlo, tra cliché e ironia, usando come filtro proprio le arti marziali. Kung Fu per l’ospite cinese che sbarcava a Roma, karate per l’avversario che i nemici gli mandarono per farlo fuori.

Quell’avversario era proprio un giovanissimo Chuck Norris, con i basettoni Anni 70 e un’impostazione che faceva subito capire che non si trattasse di un improvvisato. E così «L’Urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente» arrivò nelle cineteche sui vhs, trasformandosi subito in un cult movie per chi ama i combattimenti. Due culture a confronto, due discipline a contendersi la vittoria, con un finale scontato, essendo la saga dell’eroe Chen: la vittoria, seppure dopo una sfida all’ultimo sangue, all’interno del Colosseo. I giovanissimi dell’epoca ormai erano stregati: gli urli oggi un po’ demodé, entrati nella storia, le posture simili a quelle di un gatto randagio che si muove tra le rovine romane e quel kimono che soffia, prima della resa. E anche lì la cultura orientale che rispetta il nemico vinse, quando Chen ripiegò il kimono e lo mise sull’avversario sconfitto, quel Chuck Norris che entrò per sempre nella storia insieme a un giovanissimo Bruce Lee sulla via verso Hollywood.