C'era una volta l'Europa. Quella che era diventata il giardino di casa per una Roma capace di sistemare in bacheca una Conference League, di non bissare in Europa League solo per una direzione arbitrale oltre i confini dello scandaloso, di essere la squadra italiana più in alto nel ranking europeo, di fare percorsi comunque apprezzabili, di ridimensionare gli zoppicanti percorsi in campionato con notti di coppe e di campioni. Bene, anzi male, quell'Europa non c'è più. Volatilizzata in centoventi minuti folli in un derby italiano che ancora una volta non ha sorriso ai giallorossi (finale di Uefa con l'Inter, eliminazione con la Fiorentina, unico sorriso con il Milan). Evaporata al termine di una sfida per cuori forti, con la Roma sempre costretta a inseguire, con l'ansia crescente del fallimento, con la consapevolezza di avere risorse limitate in panchina perché la qualità (Dybala e Soulé) di questa squadra si sta curando in infermeria, con la preoccupazione che pure in questa stagione il ritorno in Champions League sarà il prossimo anno.
(lapresse)
In un mese o poco più, da quella notte contro la Juventus con quel gol di Gatti nel secondo minuto di recupero, la Roma è riuscita a dilapidare, in termini numerici e posizione in classifica, quasi tutto quello di buono che era riuscita a costruire nei primi sei mesi dell'era gasperiniana che sembravano i primi di un percorso destinato a concludersi tra baci e abbracci.









