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20 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:17

La tragedia del Tram 9, deragliato a Milano lo scorso 27 febbraio, potrebbe essere stata innescata da una fatale distrazione piuttosto che da un improvviso problema di salute. A far propendere gli inquirenti verso questa drammatica ipotesi è l’analisi delle tempistiche legate a una conversazione telefonica. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la discrepanza tra la fine della chiamata effettuata dal manovratore e lo schianto del mezzo contro il palazzo all’angolo tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto sarebbe di soli 12 secondi, se non addirittura meno. Una finestra temporale ridottissima, che coincide esattamente con gli istanti in cui il tram avrebbe dovuto rallentare per la fermata, azionare lo scambio dei binari e affrontare la curva, presa invece a folle velocità.

Al centro dell’inchiesta c’è Pietro M., 60 anni e una lunga carriera alle spalle come tranviere per Atm, oggi indagato per disastro ferroviario, omicidio e lesioni colpose. Nell’incidente del nuovo modello Tramlink persero la vita due persone — il 59enne Ferdinando Favia e il 49enne Okon Johnson Lucky — e si registrarono oltre 50 feriti. La Procura è convinta che l’uso del cellulare alla guida (severamente vietato dai regolamenti durante il servizio) sia la vera causa della perdita di controllo del mezzo. Pietro M. è rimasto al telefono per 3 minuti e 40 secondi con il collega a cui aveva dato il cambio appena un’ora prima. Il motivo della chiamata, a quanto emerge, sarebbe stato proprio quello di raccontargli di un infortunio: una botta all’alluce sinistro rimediata circa mezz’ora prima dello schianto, mentre aiutava un passeggero in carrozzina a scendere in Stazione Centrale.