Il 27 febbraio, alle 16.11, un Tramlink della linea 9 Atm a Milano è deragliato in viale Vittorio Veneto, all’angolo con via Lazzaretto (zona Porta Venezia), schiantandosi contro un palazzo e la vetrina di un ristorante. Il bilancio è stato drammatico: due morti – il 59enne Ferdinando Favia e il 49enne Okon Johnson Lucky – e oltre 50 feriti.Il conducente, il 60enne Pietro M., tranviere esperto in servizio da anni in Atm, è indagato per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Lui ha sempre sostenuto di aver perso il controllo per un malore (sincope vasovagale), scatenato dal dolore a un alluce sinistro procuratosi mezz’ora prima aiutando un passeggero in carrozzina a scendere alla Stazione Centrale.

Le indagini della Procura di Milano (pm Elisa Calanducci e Corinna Carrara), coordinate dalla polizia locale (guidata dal comandante Gianluca Mirabelli), puntano però a una distrazione come causa principale, non a un malore. Pietro M. era al telefono con un collega (comportamento vietato durante il servizio) per 3 minuti e 40 secondi, lamentando il dolore al piede. La chiamata è terminata meno di 4 minuti prima dell’impatto, con una discrepanza di soli 12 secondi (o meno) rispetto allo schianto. Questo colloca la conversazione vicinissima alla “fermata bruciata”, allo scambio non azionato e alla curva presa a velocità eccessiva, che ha causato il deragliamento.La difesa del tranviere aveva collocato la chiamata a maggiore distanza (6 minuti prima), ma gli accertamenti sul cellulare sequestrato e sulla timeline stanno smentendo questa versione.