L’insistenza di Anthropic sul rifiuto di mettere a disposizione dei militari la propria AI per gestire programmi di sorveglianza di massa (dei soli cittadini americani) e il ruolo di Palantir come aggregatore di dati che arrivano da qualsiasi — qualsiasi — fonte sono due facce della stessa, disturbante medaglia. Quella che da entrambi i lati mostra il volto minaccioso di un controllo preventivo, indiscriminato e capillare da parte dello Stato sulla vita e sul pensiero di ciascuna persona.

La sorveglianza di massa in guerra e pace

In “tempo di pace” nessuna democrazia degna di questo nome potrebbe permettersi di realizzare schedature di massa di questa portata, né permettere che lo possano fare dei soggetti privati. Persino il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, ancora in vigore, vietava e ancora vieta ai soggetti non autorizzati dal prefetto la creazione di dossier individuali e archivi, altre norme successive nel limitano contenuti e utilizzo, e il controllo della magistratura fa sì che (almeno sulla carta) di questi dati non si possa abusare.

In “tempo di guerra”, tuttavia, la necessità di sopravvivenza di un Paese aggredito o la volontà di prevalere a tutti costi di un Paese aggressore alterano la gerarchia dei fini e impongono il ricorso a strumenti di controllo che altrimenti non sarebbero tollerabili e che persino nel mezzo di un conflitto suscitano, eufemisticamente, “perplessità”. Questo vale, in modo particolare, per i rastrellamenti di cittadini stranieri e di quelli naturalizzati provenienti da Paesi belligeranti, come quelli autorizzati dal presidente Roosevelt durante la seconda guerra mondiale. Emanato il 19 febbraio 1942, l’Executive Order 9066 dispose l’internamento di cittadini nippo-americani per ragioni di sicurezza nazionale a prescindere dall’esistenza di prove della loro pericolosità, e una sorte analoga spettò anche a cittadini di origine tedesca e italiana in forza della Proclamation 2527.