Sta già accadendo. Dieci anni fa, anche in vari articoli su Repubblica, avevamo dato conto di un allarme che sembrava lontanissimo nel tempo: entro il 2050, sosteneva ad esempio uno studio del 2016 della Fondazione Ellen MacArthur, il quantitativo in peso della plastica nel mare avrebbe superato quello del pesce. Quello studio ben presto sarebbe stato affiancato poi da un’altra celebre analisi che indica come la plastica arrivi negli oceani principalmente da 10 fiumi particolarmente inquinati, tra cui il grande Nilo. Oggi siamo già nel futuro: ben prima infatti di queste previsioni, le evidenze stanno portando i pescatori del Nilo a preferire la “pesca della plastica” anziché quella dei pesci dato che gli animali da catturare sono sempre meno e, grazie ad incentivi economici, conviene più recuperare plastica anziché ostinarsi a pescare.
Il Nilo sta infatti diventando simbolo di come l’uomo ha cambiato drasticamente i corsi d’acqua e gli ecosistemi. L’Egitto è un Paese che produce quasi 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno alimentando una sfida ambientale sempre più complessa da gestire. Un altro studio del passato spiegava infatti come ormai tre quarti di tutti i pesci del Nilo contengano al loro interno microplastiche. Significa che dalla tilapia al pesce gatto passando per altre decine di specie di cui la popolazione si nutre - e stiamo parlando di un corso che influenza tra cibo e turismo la vita di 250 milioni di persone - la plastica è praticamente sempre presente, con conseguenze tuttora difficili da stimare per la salute umana. La salute del fiume e dei suoi ecosistemi sta invece già fornendo chiarissimi segnali di declino tant’è che ormai “i pesci sono scappati” hanno spiegato alcuni pescatori al The Guardian che ha documentato come alcuni abitanti del Nilo stiano oggi cambiando abitudini, preferendo il recupero della plastica anziché puntare sulla pesca.






