Nel giro di due anni la Liguria ha bruciato tre possibili candidate a Capitale italiana della cultura stabilendo un record invidiabile di insuccessi per una regione piccola, composta da sole quattro provincie. L’ultima a cadere è stata Sarzana che pure aveva presentato un programma dettagliato e ben fatto, fondato sulla sua inconfondibile storia. Il ministero ha scelto Ancona quale sede per il 2028, appena quattro anni dopo Pesaro che vinse l’edizione 2024.

L’anno scorso era andata peggio con lo scontro fratricida tra Savona e La Spezia che aveva soprattutto il sapore di un derby politico più che culturale. Perché sembrava assurdo che due capoluoghi liguri si mettessero in concorrenza nella stessa edizione. E difatti alla fine vinse Pordenone indicata per il 2027. Quella spezzina è parsa ai più una domanda redatta in fretta per contrapporsi alla città della Torretta, all’epoca unico capoluogo di centrosinistra, giusto per accontentare la Regione.

Sarzana sostiene giustamente che le energie e progetti predisposti per la candidatura continueranno a vivere oltre l’esito infausto ma, inutile nasconderselo, non sempre è cosi. Ora la domanda viene esplicita: quale politica culturale sta portando avanti la Liguria? Impalpabile. A parte la pioggia di contributi, spesso concessi senza troppi criteri, e grandi eventi proposti dai privati e finanziati con soldi pubblici, non c’è una linea che riguardi le strutture e i centri produttivi presenti che, a loro volta, non dispiegano le loro capacità in rapporto alle esigenze di un territorio particolare come quello ligure.