Se un romanzo dovesse cercare di dare forma a questo momento storico-politico, a quali temi farebbe riferimento? Dovendo spaziare tra violenza sempre più cruenta e sistemica, ritorno dell’autoritarismo e ascesa degli estremismi di destra, nuove forme di colonialismo, esclusione, crisi climatica e potere tecnologico senza apparenti freni, uno dei collanti tematici potrebbe essere quello della responsabilità. Le ragioni e le responsabilità di questi fenomeni sono, infatti, spesso di non immediata identificazione. Sono intricate, intersezionali e connesse in una matassa di complicanze politiche e ideologiche che si autoalimentano. Colpevolezza, l'ultimo romanzo dell'autore americano Bruce Holsinger (tradotto in italiano da Dario Diofebi, edito da E/O), sembra tentare un'operazione di questo tipo, facendo gravitare attorno all'idea di colpa – o di responsabilità – tutto il tessuto narrativo e ideologico del libro. La storia al centro del libro è sfaccettata e tocca diversi piani fondamentali del contemporaneo, mischiandoli volutamente e rendendoli motore delle vicende private, ma espressamente pubbliche, di una borghesissima famiglia statunitense in un anno che ricorda molto da vicino questo fin qui assurdo 2026.Un incidente, l'IA e la black box della colpaLa famiglia Cassidy-Shaw è la protagonista del libro. Durante un viaggio in auto, il loro minivan prodotto dall’azienda fittizia SensTrek – che ricorda tanto Tesla – viene lasciato in modalità pilota automatico, e, una volta affidato alle scelte degli algoritmi, sembra causare direttamente un incidente in cui muoiono due persone. Le circostanze, così come le responsabilità, non sono immediatamente chiare. È stata l’AI a prendere le scelte sbagliate? Il pilota automatico era davvero attivo? Toccava al padre vigilare sul figlio seduto al posto di guida? Dallo schianto in poi, il romanzo diventa un vortice di eventi: indagini, cause legali, crisi relazionali, segreti e rapporti che si frantumano, come quello tra i coniugi Noah e Lorelei, lui avvocato di discreto successo con un background working class, lei accademica di fama internazionale ed esperta di etica dell’IA ben vista da governi e aziende tech. Quando il figlio Charlie, che era seduto al posto di guida al momento dello schianto, finisce nel mirino delle indagini della polizia, i Cassidy-Shaw si concedono una vacanza nel Maryland in cerca di tregua. Qui scoprono che il loro vicino è diventato Daniel Monet: il tech-bro miliardario e CEO di SensTrek – una sorta di versione liberal di Elon Musk - che nel frattempo ha preso possesso della baia, militarizzandola e facendo della sua proprietà un fortino in pieno stile lungoterminista.Al cuore di Colpevolezza risiede una domanda che la filosofia della tecnologia, come l'etica dell'AI - e le cronache - pongono da decenni: quando è una macchina ad agire, chi deve essere considerato responsabile delle sue azioni, e delle loro possibili conseguenze drammatiche o dei suoi errori? Quando qualcosa va storto, come nel caso dell'incidente che innesca la narrazione del romanzo, e in circostanze non immediatamente chiare, come si distribuisce la colpa tra macchina e umani? Il minivan di SensTrek, lasciato in modalità autonoma, toglie la vita a due persone e trasforma così i suoi passeggeri quindi trasforma i suoi passeggeri in soggetti eticamente ambigui, né del tutto agenti né del tutto innocenti o semplici vittime di scelte puramente algoritmiche. Holsinger sembra dialogare con la letteratura critica sull'accountability gap algoritmico, quel vuoto di responsabilità che si apre ogni volta che una decisione viene delegata a un sistema opaco che non può rispondere delle proprie azioni: chi è responsabile delle conseguenze?Quello che funziona particolarmente bene in Colpevolezza è la collocazione di questi quesiti, di norma connessi al dibattito sugli armamenti autonomi, al ruolo dell'IA in guerra o alla discriminazione generata dagli algoritmi nel decision making, in un contesto situato ed empatizzabile come la vita familiare. Nel fare questo, il romanzo funziona come una fenomenologia narrativa dell'era dell'IA: le macchine, introdotte in quanti più ambiti possibili nella trama - l'automobile che si schianta è solo il più evidente - sulla falsa promessa di comodità, precisione e cancellazione dei conflitti quotidiani, finiscono invece per complicare ognuna di queste dinamiche, rendendole meno analizzabili, meno comprensibili e progressivamente più opache. La colpa, che nel romanzo mette in moto l'azione, non ricade davvero su nessuno e, anziché dissolversi, finisce per essere trasmessa e delegata, propagandosi tra tutti i membri della famiglia Cassidy-Shaw come una tossina a lento rilascio o come la colpa ereditaria che nelle tragedie greche si trasmette di generazione in generazione senza che alcuna assoluzione sia davvero possibile.I diversi bias della tecnologia contemporaneaColpevolezza dà forma narrativa a uno dei bias cognitivi più pervasivi del nostro tempo: il soluzionismo tecnologico. La categoria, resa centrale nel dibattito tecno-politico da Evgeny Morozov, descrive una deformazione della percezione che precede qualsiasi postura ideologica consapevole: la tendenza, ormai strutturale, a tradurre ogni questione umana in un problema di ottimizzazione, ogni conflitto in una inefficienza da correggere, ogni tragedia in un margine di errore da assorbire e ridurre, possibilmente con la tecnologia ritenuta, erroneamente più neutra ed equa degli umani. Holsinger ne fa una radiografia spietata attraverso l'incidente al centro del romanzo: due persone rimangono uccise, ma la loro morte viene quasi immediatamente rimossa e sanificata dal linguaggio tecnico-scientifico che la circonda. Reintegrata entro una soglia di accettabilità algoritmica, la morte di due esseri umani si trasforma in un puro glitch prevedibile, un errore statisticamente raro ma computazionalmente ammissibile. È il paradosso terminale di una logica che promette di ottimizzare ogni aspetto dell'esperienza umana: per farlo, deve necessariamente trattare anche la morte come un dato, la colpa come una variabile, e l'errore come una mera inefficienza da correggere con un aggiornamento di sistema.Ciò che il romanzo suggerisce con particolare acutezza è come questa stessa logica non rimanga confinata nei server di SensTrek o, nella nostra società, nella cultura della Silicon Valley: si è già sedimentata nella psicologia dei suoi utenti, che l'hanno assorbita e accettata. Noah e Lorelei sono certamente genitori spaventati per le sorti del figlio adolescente che rischia la prigione e la sua carriera accademica e sportiva: sono però anche persone che sembravano aver affidato la propria identità a una narrazione di ascesa sociale misurabile e certificabile, una logica che è essa stessa quasi algoritmica. Il minivan utilizzato in modalità autonoma sembra diventare un simbolo anche di quel destino ineluttabile: la tecnologia come garante dello status e come certificazione standardizzante di un destino che il migliore dei mondi possibili continua a promettere. Quando la macchina sbaglia, per difetto di produzione o per influenza dell'errore umano, crolla un intero sistema di credenze, la fiducia tanto nel progresso scientifico quanto nella possibilità di un'ascesa sociale limpida e senza scossoni. La capacità di analisi dei Cassidy-Shaw di fronte all'incidente si rivela all'improvviso inadeguata e incapace di elaborare un errore che il modello semplicemente non avrebbe dovuto commettere.Questo è il mondo dei tech-bro e noi lo abitiamo e bastaLa presenza di Daniel Monet, il visionario tech-bro che la famiglia incontra dopo essersi rifugiata nel Maryland, opera su piani simultanei. Sul piano narrativo, il suo arrivo nella baia funziona da acceleratore: è lui a stringere i nodi della trama e a portare in superficie legami sommersi, trasformando quello che sembrava un romanzo su un incidente in qualcosa di più vasto e politico. Ma è sul piano ideologico che il personaggio acquista la sua rilevanza più duratura. Monet, ovviamente architetto della tecnologia di SensTrek che ha causato direttamente (forse) le morti, incarna una figura che il capitalismo contemporaneo ha reso fin troppo familiare in questo passaggio storico: quella del tecno-filantropo progressista, del miliardario che si racconta come forza del bene, che esibisce una coscienza critica del sistema mentre ne è forse il motore più potente. In lui, Holsinger sembra condensare una contraddizione strutturale del nostro tempo: il potere che si legittima attraverso un linguaggio svuotato e che fa appello all'etica, che neutralizza il conflitto trasformandolo in conversazione, che occulta la colpa non negandola ma riformulandola come problema tecnico ancora da risolvere. Gli altri personaggi gravitano attorno a lui come satelliti, mentre l'intensità del loro senso di colpa sembra direttamente connessa a quanto sono disposti ad accettare delle false promesse dell'ideologia che Monet rappresenta: la promessa più grande del soluzionismo tecnologico, sembra suggerire Holsinger, non è soltanto quella di rendere le nostre vite più facili ed efficienti, ma soprattutto quella di liberarci, finalmente, dalla responsabilità e dalla colpa, delegandole a loro volta alle macchine credendole anche in questo più efficienti di noi.Il machine bias è normalmente descritto come la tendenza dei sistemi algoritmici a riprodurre e amplificare i pregiudizi già presenti nei dati su cui sono stati addestrati. Lungi dall'essere neutri, questi sistemi ereditano le distorsioni strutturali della realtà sociale, di classe, razza, o genere, e le restituiscono sotto forma di presunte decisioni oggettive e automatizzate, sottraendole così a qualsiasi forma di contestazione. Il bias non è un difetto del sistema: è, in molti casi, il suo prodotto più fedele, una feature. Ciò che l’incidente al centro del romanzo mette in scena è in realtà l’inganno di una realtà senza conflitto, senza frizioni, senza violenza sistemica che la tecnologia e i suoi produttori vorrebbero venderci: il mondo diseguale e brutale, guidato dai Monet, non scompare mai però dalle tecnologie che produce e quella ferocia può guidare le bombe su Gaza o Teheran, mentre ai privilegiatissimi Cassidy-Shaw, che da quella ferocia si sentivano protetti, causa qualche grattacapo morale, qualche parcella legale salatissima e una vacanza rovinata.Lo stile di Holsinger in Colpevolezza sembra essere volutamente piano, quasi burocratico: una prosa che registra, cataloga ed elabora eventi e relazioni con una neutralità che ricalca quella delle intelligenze artificiali generative, producendo a tratti un effetto straniante e persistente. Viene spontaneo chiedersi se non sia questa scelta formale l'aspetto più radicale del romanzo: e se questa voce narrativa, così levigata e vistosamente neutrale per quanto emotivamente coinvolta, fosse proprio il correlativo stilistico della logica algoritmica che il libro mette sotto accusa? Come se la realtà umana, con le sue contraddizioni, le sue sofferenze, i suoi conflitti irriducibili, venisse restituita attraverso il filtro levigante di un sistema che è in grado di registrarne i dati ma non di comprenderla, né di accedere alle profondità dell'esperienza. È un'uncanny valley narrativa: tutto è riconoscibile, ma nulla sembra essere davvero percepito, e ciò produce un effetto di alienazione nel lettore. A questo si aggiunge una tensione strutturale dovuta alla quantità di svolte narrative che muovono la trama: può davvero una sola famiglia trovarsi simultaneamente al centro di così tante dinamiche, tecnologiche, giuridiche, di classe, sentimentali, etiche? Può essere colpevole di così tanto? Forse anche l'eccesso narrativo è una forma di diagnosi: il romanzo sovraccarica i Cassidy-Shaw perché sovraccaricato è il presente che essi abitano. E non c'è macchina che possa davvero metterne a tacere le contraddizioni.