“Il mondo non è pronto, e probabilmente non lo sarà mai abbastanza”. David Quammen, saggista e divulgatore, non usa mezzi termini. La scienza da sola non cambierà il mondo, servono strumenti, contesto e persone pronte ad ascoltare. Le pandemie, la crisi climatica, i conflitti globali ci mostrano quanto sia difficile trasformare la conoscenza in azione. Eppure l'autore del celebre libro Spillover – che ha anticipato le ragioni della pandemia da Covid-19 – continua a scrivere e a girare il mondo. Gli preme raccontare ciò che vede e spiegare perché comprendere, interrogare e, soprattutto, agire resta urgente. Wired Italia lo ha raggiunto prima del suo intervento sul palco della prima edizione del festival Tecnòpolis, al Tecnopolo DAMA di Bologna, per un'anteprima e per portare una riflessione sullo straordinario momento che il mondo sta attraversando.Azioni e reazioni, tempo al tempo“Molto spesso le scoperte scientifiche, anche notevoli, vengono del tutto ignorate dalla comunità internazionale – inizia Quammen –. Per cambiarlo non basta una bella idea, servono le condizioni giuste, gli strumenti adeguati e persone pronte ad ascoltare”. A suo avviso, quanto vissuto dalla coppia Copernico e Galileo ne è la dimostrazione lampante. Entrambi, pur lontani nel tempo ma contemporanei, hanno messo in luce le dinamiche che regolano la relazione tra scienza e società.“Copernico aveva scritto che la Terra gira intorno al Sole, ma il mondo non era pronto. Mentre Galileo ha avuto gli strumenti, l’evidenza e l’attenzione di persone capaci di capire e convincere le altre figure interessate. E solo nella sua epoca il mondo ha iniziato ad accettare questa scoperta” spiega. Un altro celebre scienziato incompreso è l’inglese James Chadwick: lui scoprì il neutrone nel 1932, ma l’importanza del suo traguardo scientifico divenne chiara solo quando altri scienziati iniziarono a comprendere le possibili applicazioni: “Le scoperte devono incontrare il momento giusto”, spiega l’esperto.Il parallelismo con l’indifferenza di oggi davanti ad alcune scoperte scientifiche, secondo Quammen, è evidente: “Le attività umane stanno cambiando il clima, acidificando gli oceani e aumentando la quantità di gas serra in atmosfera. Eppure la maggior parte del mondo ignora questi fatti. Nessuno agisce come dovrebbe. La scienza ci dice cosa succede, ma da sola non basta”. Nessuno, aggiungiamo noi, sembra aver compreso l'urgenza, nonostante l'esperienza.Negazionismo e pensiero criticoTra le varie ragioni per cui la scienza fatica a farsi ascoltare, c’è anche il negazionismo. “Alcune persone ascoltano individui ignoranti e malfidenti invece degli scienziati – afferma Quammen –. Non tutte sono stupide, alcune si lasciano convincere da storie semplici”. E cita esempi concreti: il presidente degli Stati Uniti “Donald Trump ha detto che il cambiamento climatico è una farsa, ha negato la pandemia. In Italia ci sono leader come Giorgia Meloni che si concentrano su alcune priorità politiche ignorando altre emergenze. Il problema non è la malafede: è che la gente non sa valutare l’evidenza e prende decisioni in base a narrazioni semplicistiche.”L’unico antidoto efficace, Quammen ne è convinto, è la combinazione tra educazione scientifica e pensiero critico: “È sempre più importante insegnare ecologia, evoluzione e soprattutto come pensare criticamente fin dagli 11 o 12 anni. Se imparano a chiedere ‘Come lo sai? Qual è l’evidenza?’ quando sentiranno o leggeranno affermazioni non veritiere, saranno adulti capaci di resistere alla disinformazione”.La sfida non è solo climatica, né solo sanitaria o solo geopolitica: “Non possiamo scegliere quale emergenza affrontare prima – afferma Quammen –, guerre, migrazioni, malattie emergenti, perdita di biodiversità e cambiamento climatico fanno parte dello stesso sistema di crisi interconnesse. Non possiamo ignorare una priorità perché c’è un conflitto in Ucraina o in altre zone. Serve consapevolezza globale e capacità di vedere i legami tra problemi”.Tecnologia, intersezionalità e speranzaIl pensiero critico diventa così la chiave non solo per interpretare la scienza, ma anche per guidare le decisioni politiche e sociali. E anche tecnologiche perché “l’innovazione può essere usata in modo positivo o negativo – avverte Quammen —. Se inventi una cella solare efficiente, può risolvere problemi energetici. Se inventi un machete più potente, puoi distruggere due ettari di foresta in un pomeriggio”. Invece di cercare di fermare la nascita di nuove tecnologie, però, a suo avviso è meglio “coltivare una popolazione educata, con valori chiari, che decida come usarle. Non saranno mai neutre ma il loro impatto dipende da chi la utilizza e da quanto è preparato a farlo. La storia della bomba termonucleare lo dimostra”.Nonostante il clima di incertezza e vulnerabilità globale, Quammen non perde il filo della speranza. Questo concetto lo riporta al pensiero e alla speranza della grande etologa Jane Goodall, recentemente scoparsa, e ai numerosi scritti che le ha dedicato: “Lei parlava di speranza concreta: l’energia dei giovani, la resilienza della natura, l’ingegneria umana e il fatto che non abbiamo un piano B. Sperare significa lavorare, agire, costruire strumenti, educare – prosegue –. La speranza è un atto attivo. Non è uno stato psicologico. È un obiettivo, una responsabilità. Se non speri, ti dimentichi, ti disperi. Altrimenti ti alzi, lavori duro, e poi puoi concederti un bicchiere di vino a fine della giornata”.Nel processo di costruzione di anticorpi a tutela della società, Quammen suggerisce di porre al centro i giovani. “Se imparano a pensare criticamente, ad assorbire la scienza, a capire come funzionano le cose, saranno capaci di affrontare le sfide interconnesse del mondo. Ma se falliscono i giovani, falliamo tutti noi”.Come costruire il momento giusto secondo David QuammenPer questo dobbiamo “fare maggiormente attenzione a ciò che lasciamo loro in eredità”, continua David Quammen. “Non solo ai futuri scienziati o politici, ma alle persone comuni che dovranno affrontare le conseguenze delle nostre scelte. La responsabilità non è distribuita in modo uniforme: ci sono decisioni che pochi prendono, ma che cambiano la vita di molti”.Il divulgatore statunitense parla di scelte reali e concrete, come l’uso delle risorse, lo sviluppo delle città, l’orientamento della tecnologia. E aggiunge un’osservazione sulle priorità globali: “La maggior parte delle persone che ci governa pensa che possiamo risolvere un problema alla volta. Ma il mondo non funziona così: ignorare una crisi significa compromettere tutto il resto”. E chiude con una chiamata all’azione: “Oggi più che mai non ha senso aspettare il momento giusto. Bisogna creare le condizioni perché il mondo, finalmente, non ignori più ciò che è palese”.