Roma, 18 mar. (askanews) – Israele aveva promesso ieri “grandi novità” nel conflitto con l’Iran e puntualmente l’escalation è arrivata questa mattina con l’attacco agli impianti per la lavorazione del gas naturale di South Pars, la più grande riserva di gas conosciuta al mondo, che fornisce circa il 70% del fabbisogno in Iran: e tuttavia, le conseguenze dell’operazione – decisa a detta di Tel Aviv in coordinamento con la Casa Bianca – rischiano di sfuggire di mano. Il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, ha spiegato che “la sicurezza energetica nella regione ha raggiunto il punto zero” e che gli attacchi agli impianti iraniani significano che “l’oscillazione della guerra si è spostata” verso una “guerra economica su larga scala”. Teheran adesso considera “obiettivi legittimi” gli impianti energetici in Qatar, Emirati arabi uniti e Arabia Saudita.
La logica dell’attacco israelo-americano è quella di indebolire ulteriormente l’infrastruttura economica iraniana per costringere Teheran a cedere rapidamente sullo Stretto di Hormuz senza dover far ricorso a una costosa – anche in termini politici – operazione di messa in sicurezza; al momento però i risultati sono un ulteriore balzo in avanti del greggio, arrivato a quota 105 dollari, e la promessa di una rappresaglia iraniana non solo sulle infrastrutture energetiche israeliane, ma anche e soprattutto su quelle dei – vicinissimi – Paesi del Golfo.











