Supreme, Stüssy e gli altri: il critico Tyler Watamanuk in un saggio indaga su come questi brand “nati per caso”, siano diventati “bigger than fashion”. E ora?

di Laura Piccinini

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Per Tyler Watamanuk, lo streetwear è stata la scoperta di un intero sistema solare di marchi che ruotava intorno a skate, hip hop, surf e punk rock. La sua introduzione alla moda fu la maglietta di una band hardcore, con un diavolo su una montagna: “Indossarla era il modo pre-Facebook per farsi amici camminando nei corridoi della scuola”. Come quando al primo lavoretto in un’agenzia di grafica erano tutti in Supreme e Nike Dunk. Anche se ha solo 38 anni, ne sono successe di cose da allora. L’ultima è Bigger Than Fashion, titolo del suo saggio edito da Simon & Schuster, 400 pagine di conversazioni, memorie giovanili, fatturati. Per raccontare come i “suoi” marchi indie hanno accalappiato la moda. O ne sono stati accalappiati.

“Questa è la storia di un universo culturale che ha usato i metodi dell’underground, il fai-da-te dell’etica punk e un po’ di sana provocazione al sistema di arte, moda e commercio, mettendo in discussione la definizione di cosa sia un designer, uno stilista, un artista, una star, un imprenditore... e cambiando le regole per sempre”, aggiunge Watamanuk. “Inizialmente, erano autodidatti fuori dal sistema moda. Poi sono diventati sempre meno underground e sempre più Bigger Than Fashion, appunto. Con il cameo di Giorgio Armani e due assistenti beccati in una notte del 1989 dai “padri” dello streetwear Shawn Stüssy e James Jebbia a spiare le vetrine di Union, negozio newyorkese aperto da quest’ultimo prima di fondare Supreme”.