Sono dei puntini rossi che gli astrofisici del team internazionale del “James Webb Space Telescope” della NASA definiscono come “strani intrusi”. Alcuni inizialmente, forse esagerando, li aveva definiti “distruttori dell’universo”. Teorie concrete già esistono, ma questi oggetti rossi luminosi restano ancora un enigma. Li ha ripresi la NirCam, che è la principale e sofisticata fotocamera montata sul più grande e complesso telescopio spaziale sinora realizzato, lanciato con un razzo europeo Ariane 5 il giorno di Natale del 2021. Un telescopio in grado di osservare indietro nel tempo fino a 13 miliardi di anni fa. Gli “strani intrusi” che lasciano perplessi gli scienziati, hanno la sigla LRD. Inizialmente si pensava che fossero galassie di enormi dimensioni o buchi neri. Ma era solo una delle teorie iniziali: in realtà sarebbero un “anello mancante” nella comprensione della formazione di buchi neri supermassicci.

Il mistero sotto gli occhi elettronici della NIRCam

Da quando il “James Webb”, che porta il nome dell’Amministratore NASA che avviò il Programma lunare Apollo, ha iniziato a scrutare l’universo, centinaia di questi oggetti misteriosi sono apparsi nelle sue immagini. Le loro origini sconosciute hanno di fatto dato il via a un caso scientifico che centinaia di studi hanno cercato di risolvere. In pratica il Webb mostra che questi oggetti sfidano le teorie attuali sulla formazione dei buchi neri giganti nell’Universo. E non è la prima volta che fotografa misteriosi puntini rossi. Lo scorso gennaio un team di astronomi danesi era certo che fossero “giovani buchi neri avvolti in un bozzolo di gas, che stanno consumando per ingrandirsi”. Gli oggetti avrebbero massa 10 milioni di volte più grande del Sole, e diametro di 10 milioni di chilometri, e risalirebbero a “soli” 500-700 milioni di anni dopo il Big Bang. Ora però, l’attenta fotocamera NIRCam, che riesce a scrutare nell’infrarosso oggetti estremamente deboli e realizzata in collaborazione con l’ESA, ha trasferito ai centri di Terra nuove immagini: «È la prima volta nella mia carriera che esploro un oggetto di cui non capiamo davvero perché abbia quell'aspetto” - commenta Jenny Greene, professoressa di scienze astrofisiche all'Università di Princeton - Penso che non sia sbagliato definirli un mistero». «Ogni volta che si puntava in profondità con il Webb Telescope, se ne trovavano alcuni» ha confermato la Greene, riferendosi all'azione di mettere a fuoco il telescopio sulla stessa porzione di cielo per un periodo prolungato, per raccogliere la luce estremamente debole. Tutte le ipotesi iniziali sono state successivamente ribaltate da ulteriori osservazioni, comprese le più recenti, portando a nuove teorie, molte delle quali ancora legate ai buchi neri. «Sono convinta che siano alimentati da buchi neri in crescita, ma esistono altre ipotesi più esotiche, come la morte di una stella di massa enorme» ha aggiunto la Greene, esperta di buchi neri supermassicci e dell’evoluzione delle galassie.