C’è un paradosso che molti investitori stanno osservando con crescente perplessità nelle ultime settimane. Il petrolio è salito di circa il 40% in pochi giorni, i rendimenti obbligazionari sono tornati a salire, le valute dei mercati emergenti sono sotto pressione, gli spread creditizi si stanno allargando e la volatilità media delle principali classi di attivo è tornata sui livelli osservati durante i momenti più tesi dello scorso anno. Eppure l’indice S&P 500 continua a oscillare a pochi punti percentuali dai massimi storici e la volatilità implicita sull’azionario rimane sorprendentemente contenuta.
Da un report riservato di Azimut emerge che il dato è ancora più evidente se si osserva il confronto tra il Vix - noto come “indice della paura” - misura la volatilità implicita a 30 giorni delle opzioni sull’indice S&P 500, che riflette le aspettative di rischio del mercato statunitense - e l’indice medio della volatilità sulle diverse classi di attivo. Mentre quest’ultimo è tornato sui livelli registrati durante il Liberation Day del 2025, quando l’indice S&P 500 perse oltre il 10% in pochi giorni, il Vix si muove intorno a 27, circa un terzo dei livelli di allora.
La domanda che molti operatori si pongono è semplice: perché il mercato non scende? La risposta non si trova nei fondamentali economici o nella solidità dell’economia americana. Si trova nella microstruttura del mercato. Per comprenderla può essere utile ricorrere a un’immagine presa dalla fisica, il principio di Archimede. Una barca pesante non affonda semplicemente perché pesa meno dell’acqua. Galleggia, perché riceve dal basso una spinta pari al peso del fluido spostato. Nei mercati finanziari sta accadendo qualcosa di sorprendentemente simile. Il peso delle notizie negative è reale e tangibile, ma sotto la superficie dell’indice si stanno muovendo una serie di meccanismi tecnici, che esercitano una spinta dal basso capace di sostenere i prezzi.









