Quarantadue anni di silenzio giudiziario. Poi cinque nomi, cinque avvisi di conclusione indagini, e un dossier che torna a bruciare: l’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982. Quel giorno un commando dell’organizzazione di Abu Nidal lanciò bombe a mano e sparò raffiche di pistola mitragliatrice contro i fedeli ebrei che uscivano dal cancello secondario del Tempio Maggiore su via Catalana, al termine della funzione religiosa. Morì Stefano Gaj Taché, due anni appena. Quaranta persone rimasero ferite. Adesso la Procura di Roma riporta al centro uno dei dossier più laceranti del terrorismo italiano: i cinque indagati sono ritenuti corresponsabili di quell’azione. I ruoli contestati vanno dalla decisione e supervisione all’organizzazione logistica fino al contributo operativo.
La pista di Parigi, la Squadra investigativa comune e i nomi
Le nuove indagini — condotte dalla Digos di Roma e dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione — sono ripartite da elementi emersi a Parigi sull’attentato del 2 agosto 1982 al ristorante «Jo Goldenberg», nel quartiere ebraico del IV Arrondissement: sei morti, oltre venti feriti, tra cui quattro italiani, un attacco ricondotto alla stessa organizzazione.










